«Gli avvoltoi hanno già iniziato a volteggiare su San Marco», sospirano i frati di San Marco. A chi oggi si sta battendo perché il convento di Savonarola e La Pira possa riaprire accogliendo di nuovo i domenicani, si contrappone chi, invece, ha annusato l'affare e vorrebbe trasformare le celle in camere di lusso, il refettorio in ristorante e l'ingresso in reception. Perché ai frati, che ancora resistono (anche se c'è un decreto di chiusura del monastero firmato del padre generale Bruno Cadorè, con il trasferimento in Santa Maria Novella) nelle ultime settimane sono arrivate almeno quattro telefonate da parte di altrettanti imprenditori toscani interessati a rilevare il convento per trasformarlo in un albergo di lusso o in una pensione. «Naturalmente ci siamo fatti una risata e abbiamo declinato con molta gentilezza l'offerta spiega il priore Athos Tarchi pensare che questo luogo ricco di religiosità e storia possa trasformarsi in una struttura ricettiva mi fa venire i brividi». Sta di fatto che i tre frati di San Marco, ad inizio settimana, hanno inviato una lettera al generale della congregazione «per chiedere l'autorizzazione a rimanere in questo monastero almeno fino a settembre. Avremmo dovuto lasciarlo nell'ottobre scorso ma ora abbiamo deciso di chiedere una proroga perché dobbiamo concludere una serie di conferenze, dobbiamo organizzare 3 eventi, poi ci sono gli impegni delle messe, la farmacia, gli arredi di pregio e le opere di Annigoni da custodire». La speranza è riposta nel nuovo padre generale dell'ordine che verrà eletto in estate affinché decida di annullare il decreto di Cadorè e firmare un nuovo atto per far tornare in vita il convento. Ma padre Athos ci tiene a precisare che «come comunità di Santa Maria Novella non siamo legittimati a chiedere la riapertura, ma se il comitato pro San Marco, gli intellettuali o altri religiosi volessero caldeggiare la causa saremmo contenti».