Il turismo costituisce uno dei fattori positivi della languente economia del Paese che si avvia, a giudicare dai più recenti dati, a una preoccupante recessione. I motivi per cui il turismo è un fattore di sviluppo economico sono tanti. Pochi Paesi al mondo sono in condizione di offrire un'offerta così ricca e qualificata ad una sempre più crescente domanda. È largamente noto che in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti ma anche nei Paesi dell'Ue e dell'estremo Oriente con l'emergente gigante cinese, è in forte crescita quella fetta di popolazione capace di apprezzare le nostre città, il nostro patrimonio storico- artistico e archeologico. La crescita scolare a scala mondiale, e dunque, l'affinarsi della domanda, fa sì che il nostro Paese possa guadagnare punti nella distribuzione del turismo. Ma Spagna e Grecia fanno assai meglio di noi già da parecchi anni. Perché l'Italia risalga la china sarebbe necessario che si approntasse una strategia idonea per incrementare questo flusso di denaro fresco e questo, per ragioni che sono sotto gli occhi di tutti, non accade. Città privilegiate quali Venezia, Roma, Firenze o Napoli sono piagate da infiniti malanni strutturali che vanno dalla carenza di personale nella gestione del patrimonio di beni di cui sono ricche, alla disordinata capacità di creare attività stagionali capaci di richiamare flusso turistico. I governi Renzi e Gentiloni avevano accorpato il ministero del Turismo a quello dei Beni culturali: non fu per la verità una scelta del tutto felice, perché il ministero del Turismo, quantunque traballante e assai poco efficiente, andava certamente riformato, ma non accorpato ai Beni culturali con il quale ha stretti punti di contatto. Ma una cosa è la necessaria riforma, altra è l'azzeramento del ministero del Turismo. Al rimedio si è preferito il secco danno: infatti dal 1 gennaio le competenze del Turismo sono state accorpate al ministero delle Politiche agricole e forestali. È stato il ministro leghista Centinaio ad avere questa bella idea. In un anno l'unico risultato conseguito dal ministro per il Dipartimento del turismo è stata la proroga delle concessioni demaniali marittime: un ben magro bilancio per il rilancio e il sostegno della politica turistica. Tale bilancio deludente ci dice come il governo Conte ha in cima ai suoi pensieri il turismo e i beni culturali. E dire che il 28 dicembre il Consiglio di Stato aveva sonoramente bocciato questo trasferimento con una serie di rilievi formali: in primo luogo manca l'indispensabile bollinatura della Ragioneria generale dello Stato. Quanto ai contenuti, per i giudici di Palazzo Spada il Dipartimento del turismo è stato trasferito con « un quasi copia e incolla » dall'uno all'altro ministero. Nel parere si scrive che «il turismo non può essere riguardato come funzione ancillare di altre funzioni statali, siano esse quelle riguardanti i beni culturali siano quelle riguardanti l'agricoltura, l'alimentazione e le foreste ma semmai come legante di un coordinamento complesso tra tutte le forme di presentazione e di produzione del territorio italiano nella loro potenzialità di fruizione turistica » . Eppure il New York Times nella redigere la prestigiosa selezione dei 52 Place to Go pone la Puglia al 18esimo posto e la Liguria al 25esimo. Per non dire dei siti prestigiosi che l'Italia offre con la lista del Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco.