Tempo di bilanci per la direttrice Letizia Ragaglia, che a maggio lascerà il Museion: «Ho visto crescere questo museo. Abbiamo puntato molto sull'inclusione, rivolgendoci a pubblici diversi. I numeri ci danno ragione». Dalla «rana crocifissa al consenso internazionale fino alle mostre-mito «I miei artisti per me sono come dei figli» Archiviato un 2018 che ha segnato il decimo anniversario di Museion nella futuristica sede di cristallo affacciata sul Talvera, la direttrice del tempio dell'arte contemporanea di Bolzano, Letizia Ragaglia, sta per concludere il suo mandato, che scadrà a maggio. Tempo di bilanci per lei e occasione per una sorta di «lascito artistico» al suo successore (su cui non trapelano indiscrezioni). Come vive il momento in cui lascerà Museion? «Molto bene. Sarò di parte, ma Museion l'ho visto crescere. L'inaugurazione del 2008 fatta con grandi aspettative rovinate dalla polemica della «rana crocifissa» di Martin Kippenberger. C'è chi sostiene abbia invece portato grande pubblicità, però ne abbiamo anche pagato molto lo scotto» È un conto con il passato ancora aperto? «Non dirigevo io Museion e ho scoperto il giorno prima che quest'opera esisteva e stava per essere esposta. Non è colpa nè merito mio. Al tempo c'era ancora Corinne Diserens e io ero stata poco coinvolta nella mostra inaugurale che, comunque, aveva quasi 350 opere. Però ho dovuto gestire le polemiche del giorno dopo, eccessive e gratuite, e anche per questo per i nostri 10 anni ho deciso di riportare Kippenberger con diverse opere in dialogo tra loro. Ho trovato un pubblico molto maturo e questa ferita storico-artistica della «rana crocifissa» è finalmente stata sanata» Come è iniziato il suo percorso da direttrice? «Con fatica. Dovevamo rimboccarci le maniche per sanare i conti ma non ci siamo persi d'animo. Parlo al plurale perchè ho svolto questo lavoro con un team eccezionale. L'idea di sviluppare un luogo dove poter fare esperienza di visioni diverse è riuscita» Cos'è per lei un museo di arte contemporanea? «Di solito nei musei si espongono gli artisti morti, qui lavoriamo con artisti in vita. Avviare un museo di arte contemporanea non è semplice: non hai i mezzi, sei a Bolzano, non ti conoscono. Devi iniziare a lavorare bene con gli artisti che hai invitato, sperare che si rendano conto che c'è una struttura professionale, che passino parola ad altri artisti che, a loro volta, si facciano venire la voglia di venire a Bolzano. Una terra non così facile da raggiungere, ma anche qui ci sono grandi collezionisti e una rete che sostiene la cultura» Il bilancio del suo mandato è positivo? «In questi dieci anni non ci siamo mai fermati, abbiamo lavorato bene. A chi dice che nonostante il riconoscimento internazionale non tutti vogliono bene a questo museo, replico che non è più così. Abbiamo puntato molto sull'inclusione, rivolgendoci a pubblici diversi. Non siamo un museo per gli artisti e per il pubblico dell'arte, ma per tutti, con diversi format e i numeri ci danno ragione» Se dovesse fare un mea culpa? «Non sono tecnologica. Mi rimprovero di non essere riuscita a mettermi in gioco con i social media come avrei voluto e alcune innnovazioni forse non le ho portate per questo. Nel futuro mi piacerebbe per Museion una direzione più social della mia» Di che cosa va fiera? «Della mostra di Carl Andre del 2010. Il filone della scultura in campo allargato è iniziato con lui, il primo a mettere le opere per terra, con sculture calpestabili: questa mostra ha dato «il la» a tante altre. L'artista è un mito: maschio, americano, bianco e di una certa età, invece Museion ha poi ospitato tante artiste donne. In primis Monica Bonvicini che nel 2009, quando non avevamo soldi , ha accettato di lavorare con poco, ha fatto una mostra strepitosa e ha aperto il filone delle artiste donne, impegnate senza essere femministe, a cui tengo tantissimo» Le donne lavorano bene insieme? «Io ho sempre lavorato molto bene, con tante artiste sono diventata e rimasta amica. Come Rosemerie Trockel, grandissima artista tedesca, con cui andai a passeggiare all'Alpe di Siusi: siamo uscite insieme tutte le sere insieme, abbiamo parlato molto del fatto che entrambe non siamo diventate madri. Tante di queste artiste non hanno figli, i loro figli sono probabilmente le loro opere d'arte, così come per me lo sono i "miei" artisti. Anche con Tatiana Trouvé, creativa italo francese con cui mi sento spesso, così come l'artista che esporremo adesso di Tel Aviv, Keren Cytter» E con le altre donne dell'arte che rapporto ha? «Stimo molto Gabriella Belli che è un modello e parte della mia vocazione è dovuta al fatto che guardassi a lei con ammirazione per quello che è riuscita a fare al Mart. Un'altra donna di cui ho enorme stima è Palma Bucarelli, prima direttrice della Galleria nazionale di arte moderna di Roma. O, a Torino, Ida Gianelli. Abbiamo figure di calibro internazionale» Com'è essere donna in un ruolo di vertice così importante? «Bisogna sapersi fare valere. Il giornale dell'arte pubblica le classifiche di fine anno delle mostre e i nomi sono quasi solo di uomini. Questa è una storia che bisogna riscrivere, senza portare posizioni femministe, ma in questo mi sono voluta imporre e vorrei più condivisione»
Corriere della Sera
9 Gennaio 2019
Ragaglia: Museion, grandi numeri. Abbiamo puntato sull'inclusione
SI
Silvia M.C. Senette
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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