È un compito importante quello che Domenica Primerano, direttrice del museo diocesano tridentino e presidente dell'associazione dei musei ecclesiastici italiani, ritaglia per enti museali: «Devono stimolare al confronto e ricreare il senso di comunità perduto» afferma perentoria. Per la direttrice, che da anni organizza progetti formativi con un gruppo di detenuti nella casa circondariale di Spini di Gardolo, «tante situazioni difficili che stiamo vivendo adesso nascono dal fatto che la cultura è messa in secondo piano: anche nei programmi dei partiti politici non è mai al primo posto. È quell'elemento che fa aprire la mente e vedere le cose da più punti di vista, perché il pregiudizio nasce dall'assenza di conoscenza. Il confronto dovrebbe essere il filo conduttore di un rapporto sano all'interno della società. Invece si cercano solo i nemici, l'odio, l'invettiva». Primerano è la prima donna ad avere assunto la presidenza dell'associazione musei ecclesiastici italiani, il segnale di una chiesa sempre più aperta al gentil sesso: «Dare maggiore responsabilità alla componente femminile è anche uno degli obiettivi di papa Francesco». È la prima donna e anche la prima laica a ricoprire la carica di presidente dell'associazione dei musei ecclesiastici italiani: Domenica Primerano, direttrice del museo diocesano tridentino in scadenza a febbraio, guarda con soddisfazione al 2018 appena concluso e ritaglia con certezza un ruolo agli enti museali in un presente travagliato. «Devono stimolare al confronto e ricreare il senso di comunità perduto» sostiene. Direttrice, che 2018 è stato per il museo? «Un anno di ripensamento, per certi aspetti: ci siamo concentrati su una revisione dei siti didattici e soprattutto della basilica paleocristiana e abbiamo organizzato alcune iniziative espositive, dalla mostra "Re-velation" a "Non solo ombre. Persone", esito conclusivo del nostro consueto percorso in carcere, che hanno riscosso un buon successo. Siamo soddisfatti perché il lavoro svolto ha confermato, da un lato, la fidelizzazione dei nostri visitatori, circa 50.000, dall'altro l'ampliamento delle persone che ci conoscono». Ha citato la casa circondariale di Spini di Gardolo, dove organizza progetti formativi con un gruppo di detenuti: qual è secondo lei il valore della cultura come veicolo di emancipazione sociale? «Io credo che tante situazioni difficili che stiamo vivendo adesso nascano dal fatto che la cultura è messa in secondo piano: anche nei programmi dei partiti politici non è mai al primo posto. È quell'elemento, tuttavia, che fa aprire la mente e vedere le cose da più punti di vista, perché il pregiudizio nasce dall'assenza di conoscenza. Mi colpisce molto, ad esempio, il modo in cui i carcerati capiscono l'importanza dell'istruzione e della formazione continua: la cultura consente di affrontare il quotidiano riuscendo a distinguere il vero dal falso, in un momento in cui l'informazione è veloce, manca l'approfondimento e i social sono il terreno di confronto». In questo contesto i musei che ruolo ricoprono? «Quello di stimolare le persone a confrontarsi, perché il confronto dovrebbe essere il filo conduttore di un rapporto sano all'interno della nostra società. Invece ci si scontra e basta, si cercano solo i nemici, l'odio, l'invettiva, la parola pesante. Io insisto sempre molto sull'importanza delle competenze e delle conoscenze: per me sono la base di una società civile che vuole recuperare i valori che dovrebbero fondarla». Pare, tuttavia, che il mondo stia andando nella direzione opposta e anche il Trentino, per il quale il 2018 è stato un anno di cambiamento importante dal punto di vista politico. «Sì, questa ondata sta arrivando anche da noi ed è preoccupante. È ovviamente presto per dare giudizi, ma spero che nella nuova situazione nella quale ci troviamo si possa recuperare la capacità di sedersi attorno a un tavolo e riuscire a trovare un punto di incontro nonostante la diversità di opinioni, perché il rispetto nasce dalla capacità di mettersi in dialogo ed è questo che un museo deve favorire, anche uno come il nostro che raccoglie testimonianze del passato. Alla base del nostro lavoro, soprattutto in quanto museo ecclesiastici, c'è la necessità di ricreare quel senso di comunità che si è un po' perso». Un compito difficile, considerando anche il mutamento e l'evoluzione della società trentina. «Certo, anche perché ormai il cristianesimo è diventato per certi versi residuale, lo ha detto anche monsignor Gianfranco Ravasi, la comunità non si riconosce più totalmente nei suoi valori. Ci sono pregiudizi anche nei confronti dei musei ecclesiastici, che spesso non vengono visitati perché si pensa che entrando si sia obbligati a abbracciare una certa fede: al contrario, i nostri musei, e lo dico anche in qualità di presidente di Amei, possono essere luoghi di incontro e confronto anche tra fedi diverse». A proposito dell'associazione dei musei ecclesiastici italiani, lei è la prima donna ad averne assunto la presidenza e all'interno del consiglio direttivo non è sola: è il segnale di una Chiesa sempre più aperta al contributo fattivo femminile? «Dare maggiore responsabilità alla componente femminile nella Chiesa è anche uno degli obiettivi di papa Francesco. Non voglio dire che le donne siano meglio degli uomini, ma noi siamo state educate al senso del dovere, a occuparsi degli altri prima che di noi stesse, quindi anche ad accettare di fare cose che non ci competerebbero perché probabilmente siamo meno preoccupate di apparire e più di portare a casa risultati. Cinque membri del consiglio direttivo di Amei sono donne e in questi anni abbiamo lavorato molto a tutti i livelli: credo siamo riuscite a dare una svolta, perché abbiamo continuato a ragionare sull'idea di apertura e sulla necessità di basarsi sulla competenza, indispensabile anche nei nostri musei per riuscire ad allestire una programmazione sensata e ad abbattere quel pregiudizio che ci vede sempre come musei polverosi, sacrestie chiuse e isolate». Quando scadrà, invece, il suo mandato alla guida del museo di palazzo Pretorio? «Nel mese di febbraio. Spetta all'arcivescovo Lauro Tisi decidere se rinnovare o meno il mio incarico, che ha avuto durata quinquennale. Nel frattempo la programmazione per il 2019, che spero di portare fino in fondo, è già stata approntata: l'8 febbraio sarà inaugurata la mostra "Terra mala, viaggio nella terra dei fuochi" con le fotografie di Stefano Schirato. Poi porteremo a Trento "Intrecci di seta", la mostra visitabile a Cles fino al 24 febbraio, per collegarla all'esposizione estiva di Sidival Fila, artista brasiliano trasferitosi in Italia nel 1985 e diventato frate, che recupera tessuti antichi per comporre opere d'arte contemporanea, metafora della necessità di trovare un senso al quotidiano ricucendo legami e relazioni. Toccherebbe, poi, all'esito del percorso in carcere, che la direzione ha già approvato, ma che siamo ancora in attesa di capire se partirà dopo la rivolta delle scorse settimane. A dicembre, infine, una mostra molto impegnativa con l'università di Trento dedicata allo spinoso caso del Simonino nel centenario della nascita di monsignor Iginio Rogger, tra i più qualificati protagonisti della revisione critica della vicenda da parte della Chiesa». Come giudica l'intenzione dell'assessore Mirko Bisesti di rivedere l'impianto della riforma della cultura? «In maniera positiva, se significa rimettersi attorno a un tavolo per ottenere risultati migliori ascoltando i diretti interessati e non semplicemente solo per smontare quanto fatto. Dobbiamo ancora capire cosa debba essere un sistema museale e personalmente trovo assurda la separazione fra musei provinciali e non: ben venga, dunque, un surplus di dibattito».