Ecce homo nero (modello cubo-futurista): se cavalli e cavallieri, scudi, specchi ustori e guardiani silenti sparsi da Mimmo Paladino in città sono stati imballati e rispediti al mittente (la mostra Ouverture è stata smontata il 15 ottobre scorso), la Stele resta immobile sul piedistallo del Bigio, in piazza Vittoria. Tumulato nel sarcofago di via Rose e rimpiazzato dalla controfigura part-time dell'artista di Paduli, il maschio fascista continua comunque a fare notizia. Il Bigio-gate e il suo trasloco «in un luogo neutro» saranno all'ordine del giorno di un nuovo round tra Loggia e Soprintendenza: l'idea del sindaco Emilio Del Bono sarebbe di riesumarlo in uno spazio urbano in trasformazione (si pensa al Musil), ma la statua di Arturo Dazzi non si sposterà di mezzo centimetro finché non sarà trovata una linea comune con l'ente. Ipse scripsit: in una lettera inoltrata al Comune e pubblicata sul Corriere, il soprintendente Giuseppe Stolfi aveva fatto presente che «si deve rammentare che la collocazione temporanea (per otto mesi, poi divenuti sedici con la proroga e infine diciassette) dell'opera in questione in piazza Vittoria (la Stele di Paladino, ndr) è stata a suo tempo condivisa con questo Ufficio, attraverso intese preventive e atti formali di autorizzazione, solo nell'ambito del progetto "Brixia Contemporary-Paladino Ouverture", di grande e riconosciuta rilevanza per la politica culturale della città. La posizione della Soprintendenza in merito alla controversa questione concernente la ricollocazione del "Bigio" in piazza Vittoria è da anni ben conosciuta, e contraria a ogni surrettizia "sostituzione" della statua di A. Dazzi con altra opera contemporanea». Il «sollecito e costruttivo riscontro» chiesto da Stolfi prima dei cordiali saluti c'è stato: da quella mail sono scaturiti incontri preliminari per la ricerca di una soluzione condivisa. Il maschio fascista potrebbe tornare alla mondanità, ma non sul podio di piazza Vittoria: a quanto sembra, ma ancora nulla è stato deciso, per la musealizzazione della statua sarà scelto un «luogo neutro» (cit), lontano da polemiche e strumentalizzazioni. SGARBI «Paladino un ossequio al mercato. La vostra preoccupazione è eccessiva» Vittorio Sgarbi e il suo ciuffo mistico, incluso il seguito di erinni incollato alla giacca sartoriale, ha visto la reliquia sacra alla Galleria dell'Incisione proprio qualche giorno fa: «Chiara Fasser (la gallerista, ndr) mi ha mostrato un modellino del Bigio: è più presente non vedendolo che vedendolo. Sono del parere che la preoccupazione di Brescia sul ritorno della statua di Dazzi sul piedistallo di piazza Vittoria sia eccessiva. Per conto di un sindaco del Pd, ho appena curato una mostra al Museo civico Cremona, Il regime dell'arte: una ricostruzione del concorso pittorico voluto da Roberto Farinacci nel 1939 con l'intento di sostenere l'idea dell'arte come celebrazione dei valori e delle imprese del fascismo che è stata recensita su ogni giornale, inclusi quelli progressisti». Ergo: «Trovo singolare che una città del Nord come Brescia abbia problemi con la Storia. Con i morti non si combatte. L'opera in sé non è particolarmente interessante e non ha valori politici, ma piazza Vittoria rappresenta uno stile architettonico fascista che viene riconosciuto: il ritorno del Bigio potrà creare polemiche nei primi dieci giorni, fine. Persino il mio amico Paolo Corsini, che pure è di sinistra, già nel 2007 si dichiarava disponibile ad aprire un dibattito sul ritorno della statua in piazza Vittoria. Ma mi viene in mente anche uno scritto di Leonardo Sciascia». Prego? «Con Invenzione di una prefettura. Le tempere di Duilio Cambellotti nel Palazzo del Governo di Ragusa, nel 1987, cioè 32 anni fa, sdoganava l'arte fascista. E, un anno prima, anche il mio amico Giorgio Lombardi, un grande architetto, aveva dimostrato sensibilità sulla necessità di superare le distanze del tempo». Per il critico, in sintesi, «il ritorno del Bigio in piazza Vittoria è necessario, e ogni polemica strumentale risulta inutile». BIANCHI «La Storia non è stata dimenticata. Il luogo ideale? Il parco archeologico» Premessa: «Ho studiato piazza Vittoria, e la ritengo una delle più belle d'Italia in quel periodo. Ma se l'architettura fascista sui libri di storia è ormai diventata architettura del Novecento, le statue possono ancora essere evocative». Per Alessandro Bianchi, docente al Politecnico di Milano e tra i massimi studiosi di Marcello Piacentini e delle sue visioni urbane austere, «il Bigio è l'opera d'arte di un autore discreto, e dovrebbe tornare sul suo piedistallo. Il problema è che quando le vicende storiche non si sono chetate, è difficile vincere le resistenze. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono passati ormai più di 70 anni, ma la Storia non si è sedimentata a sufficienza: forse ci vorrà un centinaio di anni». Lo dimostra quello che è accaduto con certi simboli del Medioevo, ma anche il suo curriculum: «È pieno di casi simili a quelli del Bigio: avendo fatto attività politica a Milano, ho accertato quanto sia difficile toccare la sensibilità di una parte della popolazione. Le strumentalizzazioni dovrebbero concludersi, ma per chetare la sensibilità dei cittadini credo che la musealizzazione in un luogo neutro sia una buona idea». Con una data di scadenza: «Almeno una decina d'anni. Poi, la statua potrebbe tornare in piazza Vittoria». Riesumato dal sarcofago di via Rose, il maschio fascista potrebbe trovare la sua alcova «nel parco archeologico: esporlo in uno spazio aperto, accanto ai suoi modelli di riferimento, i reperti romani, potrebbe preparare il pubblico a vederlo sul piedistallo originario quando i tempi saranno maturi e la distanza storica avrà sortito i suoi effetti». L'indirizzo del trasloco, il Capitolium, non viene suggerito a caso: «Il Bigio dev'essere mostrato in un ambiente che susciti analogie culturali evocative: Arturo Dazzi si era ispirato all'arte romana. In Italia ci sono esempi simili, anche se con altri significati: penso al David di Michelangelo. La copia della statua è fuori da palazzo Vecchio,a Firenze. L'originale, invece, resta nel museo dell'Accademia». D'ORAZIO «No alle foglie di fico e all'ipocrisia. Ma lasciate che decidano i ragazzi» Il profeta dell'Arte in sei emozioni, infaticabile flaneur, storico dell'arte, scrittore e conduttore televisivo Costantino d'Orazio dice che Brescia dovrebbe «aver maturato sufficiente distacco storico. Ma, del resto, per me che non vivo nella vostra città, esprimere un giudizio sul Bigio è più facile che per voi». Di piazza Vittoria conosce ogni centimetro (è un collezionista di conferenze sold out anche qui): a suo parere, la decisione sul nuovo (o vecchio) indirizzo del maschio fascista, dovrebbe essere presa dal pubblico under 30. «Mi riferisco ai giovani: chiederei a loro cosa vogliono, perché se ne fregano di certi significati storici o sedicenti tali, e possono avere una visione più aperta e distaccata rispetto alle generazioni più anziane. Il loro è uno sguardo più sereno: quello del futuro». In ogni caso,per d'Orazio, «la presenza di un'opera così importante come quella di Arturo Dazzi può mantenere viva la memoria: per questo motivo, non vedo perché non dovreste collocarla sul piedistallo di piazza Vittoria». È contro le censure e le foglie di fico che coprono certe zone osè (come quella applicata al Bigio): «Posso capire chi sta prendendo in considerazione l'idea della musealizzazione, ma a me sembra una foglia di fico, una scelta un po' ipocrita». Lo storico sottoscrive fino all'ultima virgola la mail inviata dalla Soprintendenza alla Loggia: «Lo scopo dell'ente è la valorizzazione dei beni culturali del territorio. Dal punto di vista storico, si tratta di restituire un'opera al pubblico nella sua identità. Metterla altrove ha poco senso, è contro natura: sarebbe come se prendessimo l'Elefante di Bernini e lo spostassimo alla Galleria Borghese. Senza il Bigio piazza Vittoria è nuda: Brescia deve dimostrare di aver acquisito maturità e il distacco storico verso il Ventennio. Non possiamo leggere la storia dell'arte solo dal punto di vista politico: la statua di Dazzi ha tutt'altro valore, non è l'era fascista». CAROLI «Entrambe le linee sono condivisibili purché si dia la priorità alla cultura» Ha passato notti randagie con Mario Schifano in pelliccia di scimmia, sostenuto conversazioni con Peggy Guggenheim sulla zuppa di cozze e allestito mostre con Kounellis che quasi soffocava in un sacco collegato a una fiamma ossidrica: Flavio Caroli, l'uomo che ha vissuto e continua a vivere l'arte contemporanea da protagonista, sostiene che Mimmo Paladino sia «un nome più che degno della generazione dei maestri». Ma quando si parla del Bigio, lo storico, critico d'arte e scrittore (L'arte italiana in quindici weekend e mezzo, il suo ultimo libro, è un must have che si divora in senso quasi letterale) sostiene che non ci sia una scelta giusta o sbagliata, se si adotta il criterio: «Le dico subito la premessa che non posso esprimere un parere politico, bensì scientifico. Siamo di fronte a due possibilità». La prima: «La scelta filologica, che poi penso sia quella che guida il pensiero della Soprintendenza: il ritorno della statua di Arturo Dazzi sul piedistallo di piazza Vittoria». La seconda: «La modernità. Ed è in questo senso che le dico che Paladino sia un nome più che degno per occupare quel podio con un'opera».Premesso questo, Caroli non si scandalizza in nessun caso: «Va bene sia che si scelga l'una o l'altra linea. Del resto, nel 1981, insieme a Barilli, ero tra quelli che avevano voluto una mostra sull'arte di regime. Tuttavia, capisco anche la volontà moderna di rilanciare le cose verso un'immagine del futuro». Che lo si metta in un luogo neutro o sul piedistallo che gli è stato tolto dai piedi nel 1945, sulla riesumazione del maschio fascista, quindi, non c'è una strategia più giusta (o sbagliata) dell'altra: «Sono entrambe rispettabili» sostiene lo storico e critico d'arte. A una condizione, però: «La linea filologica deve essere perseguita in modo esatto. E in primis, bisogna pensare alla cultura. La politica va messa in un secondo piano». PEZZETTI «Le scelte vanno sempre spiegate. Il problema? Le polemiche politiche» Saturday 6 aprile 2013, pagine 14 e 15 del Guardian: a sinistra, un pezzo sul contestatissimo neoallenatore del Sunderland Paolo Di Canio (al suo ingaggio, l'ex ministro laburista David Miliband aveva lasciato la società). Accanto, una foto del maschio fascista «known as Bigio». Titolo dell'articolo, che riferiva ai sudditi di sua maestà del gate italico sul maschio fascista e sul suo possibile ritorno in piazza Vittoria (era una notizia già all'epoca): «Statue symbolises battle with the past» (tradotto: una statua simbolo della battaglia con il passato). Dopo aver letto il pezzo fino all'ultima riga, Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma, aveva lasciato questo virgolettato al Corriere: «Tutti i miei colleghi, soprattutto i tedeschi, mi dicono "Com'è possibile?" Mi sembra normale che ci si mobiliti per ostacolare il ritorno di simboli che danno una visione positiva di quello che è successo (nel Ventennio, ndr)». Sei anni dopo, un copia e incolla della polemica, ma stavolta la risposta è diversa: «Sono passati ottant'anni dalle leggi antiebraiche dice lo storico e direttore : credo che la statua abbia ormai acquisito un significato neutro. Per questo motivo, non sarei contrario al suo ritorno in piazza Vittoria. Penso si possa tranquillamente fare». Con il condizionale, però: «Le cose vanno sempre spiegate quando si parla di un'opera di propaganda, o comunque assimilata al Fascismo: la gente deve conoscere la Storia e i suoi simboli per poterli superare. Se la statua fosse rimasta lì, al suo posto, sarebbe un caso diverso. Ma se non è più sul piedistallo dal 1945, perché questo innesto? Bisogna spiegarne le ragioni. Il problema è anche un altro». Arrivi al dunque: «Penso alle polemiche politiche che purtroppo si innestano sempre in questi casi. Se il ritorno del Bigio diventa lo strumento di una campagna elettorale, o di una qualsiasi tensione politica, allora è meglio lasciarlo dove si trova ora, nei magazzini. O spostarlo in un luogo neutro».