Parla Evelina Christillin: stiamo crescendo ma Torino deve diventare più attrattiva Il Museo Egizio non cresce più. A quattro anni dalla riapertura, i numeri del 2018 registrano una flessione dello 0,2 per cento. A un mese di gennaio «disastroso», come lo definisce la presidente Evelina Christillin (meno 10,9 per cento rispetto al 2017) sono seguite una primavera e un'estate altalenanti (meno 9,4 ad aprile, più 8,4 a maggio). Fino all'exploit di fine anno, con un 36 per cento in più di visitatori a novembre e 13,8 a dicembre. «La stragrande maggioranza dei nostri visitatori non è torinese, viene da fuori spiega Christillin . Se la città non offre altro, l'Egizio può solo cercare di fare del suo meglio. Non dico che serva la grande mostra di Monet, ma dare l'impressione di essere una città che offra poco oppure molto può davvero fare la differenza». A dimostrarlo sono i dati di gennaio, quando la città scontava la mancanza di iniziative legate al Capodanno, confrontati a quelli di novembre, con Artissima a fare da traino e attrarre turisti. Certo, a quattro anni dalla riapertura una flessione dello 0,2 per cento non si può dire preoccupante. Ma i numeri registrati nel 2018 dal Museo Egizio spingono comunque a qualche riflessione. A un mese di gennaio «disastroso», come lo definisce la stessa presidente Evelina Christillin (meno 10,9 per cento rispetto al 2017) sono seguite una primavera e un'estate altalenanti (meno 9,4 ad aprile, più 8,4 a maggio). Fino all'exploit di fine anno, con un 36 per cento in più di visitatori a novembre e 13,8 a dicembre. Risultato: l'Egizio resta il museo torinese più amato dal pubblico, ma ha smesso di crescere. Christillin, come mai questa frenata? «È sicuramente difficile mantenere i livelli di un museo appena aperto, o comunque appena rinnovato, per quattro anni. Noi, di fatto, a parte il boom del primo anno, il 2015, stiamo tenendo. E di questo siamo soddisfatti». Come si spiega la crescita di novembre? «Ci sono stati tantissimi eventi sul territorio e il museo ne ha senza dubbio beneficiato. Senza voler fare i primi della classe, possiamo dire che chi arriva a Torino un salto all'Egizio lo fa quasi sempre volentieri. A novembre, Artissima e Club to Club hanno attirato moltissima gente in città e c'è stato un effetto traino. E ci sono state anche due partite di Champions League». Davvero le partite di calcio portano visitatori al museo? «Da quando abbiamo riaperto, abbiamo mantenuto la buona abitudine di non chiudere il lunedì. E quando ci sono dei grandi incontri di calcio, non solo quelli di Champions che sono il martedì o il mercoledì, ma soprattutto quelli di campionato della domenica, spesso il mattino dopo troviamo nelle sale un gran numero di persone che non rappresentano il tradizionale pubblico dei musei». Da una parte c'è il buon risultato di dicembre, dall'altra il calo di gennaio. Cos'è successo? «Il primo è sicuramente il risultato del fatto che sono stati annunciati degli eventi in città per il periodo delle feste. C'è stata l'impressione che ci fosse voglia di fare e di ripartire. L'anno scorso, invece, eravamo stati massacrati dal fatto che ci fossero tanti timori legati ai divieti per la sicurezza e anche una comunicazione non felice sulla cattiva qualità dell'aria. Per noi che abbiamo tra il pubblico tante scolaresche e famiglie con bambini, è stato un brutto colpo. Allo stesso modo, abbiamo vissuto un pessimo mese di gennaio 2018, perché non c'è stato alcun tipo di traino da parte della città. Neppure la festa di Capodanno. È stato un mese drammatico». Questa volta è andata meglio? «Sì, i dati di dicembre parlano di 82.451 presenze contro le 72.446 del 2017. E abbiamo buonissime previsioni per questo mese di gennaio. Oggi il museo è strapieno e abbiamo molte prenotazioni fino all'Epifania. Ma questi numeri non dicono tutto». Ovvero? «Quest'anno siamo riusciti ad arrivare a 4 milioni e 100 mila visitatori all'estero. La ricerca e la produzione culturale sono una parte fondamentale dell'attività del museo. In questo momento abbiamo cinque mostre in giro per il mondo: in Cina, Canada e Stati Uniti. Quindi, se proprio vogliamo contare le teste, dobbiamo contarle tutte, anche quelle di chi va a vedere le collezioni dell'Egizio negli altri Paesi del mondo». Un auspicio per il 2019? «La stragrande maggioranza dei nostri visitatori non è torinese, lo è solo un 3 o 4 per cento. Se la città non offre altro, il Museo Egizio può solo cercare di fare del suo meglio. Non dico che serva la grande mostra di Monet, ma dare l'impressione di essere una città che offra poco oppure molto può fare la differenza. E poi, bisogna continuare a lavorare su un altro fronte. A settembre e ottobre abbiamo registrato un calo nelle presenze. Ma basta guardare i dati del turismo nelle Langhe, che nei mesi autunnali è andato benissimo grazie al food, per capire che è necessario fare rete per portare queste persone anche a Torino. E per farlo, bisogna trovare il modo di essere attrattivi».