Parla di una «rivoluzione culturale in atto a Napoli», Paolo Giulierini, direttore del Museo archeologico nazionale che è a Palermo per l'inaugurazione della mostra "Palermo capitale del Regno. I Borbone e l'archeologia a Palermo, Napoli e Pompei" al Museo Salinas. Si dice «meno pessimista» di Riccardo Muti che ha parlato di «città abbandonata» nella sua intervista a Repubblica, e individua nella conflittualità Regione-Comune l'anello debole della catena del riscatto, così come in quella corsa ai «festival» piuttosto che a «infrastrutture e servizi per i turisti». Direttore, Riccardo Muti parla di "un'Italia che ha dimenticato i suoi doveri verso Napoli". Lei da tre anni guida l'Archeologico, che idea ha? «Qui si respira aria di un cambiamento culturale di cui avremo percezione completa tra dieci anni: allora comprenderemo quello che sta accadendo oggi. Sta maturando una riforma dei beni culturali dal basso, attraverso l'adesione di molte associazioni e di soggetti come la Paranza. Siamo di fronte a una sperimentazione che è diventata un modello per tutti. Il capitale umano qui è di prim'ordine». Perché allora c'è tanto degrado se ci sono questi fermenti? Dove si interrompe il circuito virtuoso che descrive? «C'è il degrado perché la capacità di crescita nella città passa da un programma di trasformazione condiviso tra le istituzioni; serve una collaborazione più stretta e meno belligerante tra gli enti locali territoriali. Penso al tema del completamento della rete delle metropolitane che è a un punto di snodo, al fatto che Msc venga qui, all'aeroporto che è un modello, alle potenzialità dell'alta velocità che ci collega con tutta Italia in poche ore, all'attrattiva del porto. Ecco, ci sono tutte le precondizioni, però manca una condivisione di lungo periodo degli obiettivi». "Vorrei si parlasse di Napoli per la sua ricchezza" ha ripetuto Muti. Pensiamo al Centro storico di Napoli patrimonio Unesco... «Appunto. I vantaggi dell'essere sito Unesco non sono sfruttati a pieno, bisogna puntare di più sull'integrazione. Stiamo facendo ora un programma di quartiere per gestire la Galleria Principe di Napoli con il Comune. Sono questi gli esempi da seguire: problemi, soluzioni e azioni». Vede in giro una "caduta di valori"? «Io direi che a Napoli mancano soprattutto valori "monetari": un problema è che qui mancano, a differenza di Torino o Milano, le fondazioni bancarie e la loro disponibilità economica. Ora anche la storia del Banco di Napoli non aiuta affatto. Non so se senza l'apporto di tante fondazione in altre zone del Paese si potrebbe fare tutto quello che si fa. Detto questo, tuttavia, a differenza di città come Firenze, la forza di Napoli è che qui ci sono ancora i napoletani, sopravvivo i valori della loro storia e tradizione. Napoli è in grande crescita. Queste risorse vanno coordinate, messe in ordine, serve più decoro cittadino, più servizi turistici, ma servirebbe un accordo tra Regione e Comune che in queste ore non è pensabile». Lei descrive una realtà viva, piena di competenze e capacità. Eppure l'impatto di tutto questo sulla gestione ordinaria della città non si vede o non trova rappresentanza: dove è l'intoppo? «C'è una difficoltà a decidere gli obiettivi; sulle infrastrutture c'è un lavoro, ma serve una politica che si occupi di più di decoro, rifiuti. Se la città vuole svoltare, deve sapere che lavorare per tenere pulite le strade e le facciate dei palazzi è come fare una grande mostra su Canova. Se si vuole puntare sul turismo e sulla cultura, servono pochi obiettivi condivisi: il decoro dei palazzi, la pulizia delle strade, la sicurezza, gli investimenti sulle nuove tecnologie». Ciò che è competitivo resta però isolato, dai musei come il Mann e Capodimonte che raccolgono i frutti della riforma Franceschini alle porte di ingresso alla città, come aeroporto e stazioni. Cosa manca? «Penso che le istituzioni non debbano gareggiare tra loro a fare festival o iniziative simili, ma - per esempio - dovrebbero investire sul Centro storico in maniera strutturale. Napoli non ha bisogno di mostre continue, deve essere un luogo dove poter arrivare e dove muoversi in sicurezza. Ecco: meno festival, più infrastrutture e servizi. La cultura la fanno gli enti culturali, come il San Carlo, i musei, le biblioteche, le università, il Conservatorio, le scuole, i teatri, il sistema dell'informazione, il cinema e così via. Serve un cambio di strategia». Direttore Giulierini, tanti giovani vanno via da qui però... «Di per sé non è un male, se non c'è costrizione. Anche a Napoli ci sono modelli formativi di grande spessore, la scuola diplomatica napoletana è dietro molto del nostro corpo diplomatico. Non è una perdita per la città se giovani brillanti lavorano all'estero, anzi dovrebbero essere ambasciatori di Napoli, come il maestro Muti fa ad altissimi livelli: egli è l'espressione migliore della napoletanità che è nel mondo, e come lui tanti altri potrebbero diffondere la conoscenza della città. La capacità di affermarsi dei giovani napoletani e italiani all'estero la vedo in un'ottica positiva. Per questo serve che si parli sempre più all'estero delle nostre ricchezze, come ha ricordato Muti su Repubblica ».
la Repubblica
2 Dicembre 2018
NAPOLI - Paolo Giulierini "Ma Comune e Regione devono parlarsi solo così la cultura ci salverà"
AN
Antonio Ferrara
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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