È la più grande collezione privata di arte antica. È stata nascosta per oltre quarant'anni. Ora La porta in fondo all'atrio luminoso di Palazzo Torlonia siamo in via della Lungara, a Roma, ai bordi di Trastevere dà su un largo corridoio appena rischiarato da una luce fioca e incerta. Le pareti sono ingombre di mobiletti metallici. Su alcuni sono depositate valigie e faldoni gonfi di carte. E poi spiccano, alternandosi sopra gli ingressi alle cantine, un filare di scaldabagni e una serie di mascheroni in gesso. Il corridoio prosegue verso il cortile interno, ma noi ci fermiamo davanti a una porta blindata. Due colpi con le nocche, un rumore ferroso di serratura, la porta si spalanca e la luce inonda il corridoio. Il laboratorio di restauro è tinteggiato di un bianco sfolgorante. E si fa quasi fatica a tenere gli occhi aperti. Addossate alle pareti, avvolte in coperte di cellophan, le statue sono fresche di ripulitura. Lo sconcerto emotivo le fa apparire bianche smaglianti. E la stessa candida, illusoria impressione rilasciano i busti sistemati su una mensola. Anna Maria Carruba, responsabile del loro restauro, solleva delicatamente il velo di plastica e i marmi sembra che respirino. Sono anni che Carruba, fra le più esperte restauratrici italiane, cura i capolavori della Collezione Torlonia insieme alle sue giovani collaboratrici e li prepara per la mostra che, se tutto va come dovrebbe andare, si inaugurerà il prossimo autunno a Palazzo Caffarelli. È il primo passo che compiranno in pubblico un centinaio delle 623 sculture di una delle più importanti e compatte collezioni al mondo di opere di età classica. Ma che negli stanzoni qui a fianco, con le pareti dipinte di un rosso ormai sfiorito, sono rimaste rinchiuse per oltre quarant'anni, dopo che il principe Alessandro Torlonia le sfrattò dal piano superiore di questo palazzo a un centinaio di metri da Regina Coeli. Il principe aveva chiesto l'autorizzazione per riparare il tetto. E invece realizzò novanta appartamenti al posto dei locali in cui suo nonno, che si chiamava come lui, nel 1875 aveva organizzato un museo. Quel Museo Torlonia, aperto solo a pochi, che ancora figura in alcune mappe per turisti. Antonio Cederna se ne fece una malattia, scrisse decine e decine di articoli. Quelle sculture sfumavano nella leggenda, erano documentate in un gigantesco catalogo del 1881, ma nessuno più aveva potuto vederle. Per la prima volta oggi le stanze al piano terra di Palazzo Torlonia si aprono a qualcuno che non sia della famiglia Torlonia o della Soprintendenza, che non siano le restauratrici, o l'archeologo Carlo Gasparri e lo storico dell'arte Salvatore Settis, i due curatori della mostra. Ed è Settis, che ci guida in queste stanze insieme ad Alessandro Poma Murialdo, nipote del principe Torlonia e presidente della Fondazione che gestisce il patrimonio d'arte di famiglia, a spiegare il senso di un inedito non solo per i cronisti: «Vedete questo bassorilievo che raffigura le attività di un porto, con imbarcazioni piccole e grandi, con le onde e le vele decorate, Nettuno e altri dèi e con uno strano occhio che sembra un simbolo apotropaico? È un marmo greco, un'opera celebre che compare nei manuali. Nessuno l'aveva mai visto dal vivo. Neanche Ranuccio Bianchi Bandinelli, che l'ha pubblicato. Neanche io. E dire che dal restauro si evidenziano persino sopravvivenze di colori. È come se queste sculture emergessero ora da uno scavo archeologico». Ci aggiriamo in un ambiente diviso in due parti. In una è organizzato il laboratorio, asettico e febbrile luogo di studio e di lavoro. Oggi sono tre le restauratrici all'opera. Una si applica alla coppia di guerrieri, uno dei quali firmato dal greco Philoumenos, un'altra a un busto di Adriano giovane in marmo nero, un'altra ancora sta stuccando i bordi della Tazza di Cesi, una vasca di quasi due metri di diametro, raffigurata dai pittori fiamminghi che dal Cinquecento la potevano ammirare negli orti della famiglia Cesi. La Tazza Cesi è ancora nel vecchio stanzone dove il principe Torlonia accatastò le sculture. A questo ambiente si accede da un varco aperto nel muro, ancora troppo stretto perché la Tazza, monumentale coppa, possa attraversarlo e che dunque andrà allargato. È un grande camerone appena illuminato dalle lampadine. È uguale a come figura nell'unica fotografia che documentava la condizione in cui versava la Collezione Torlonia. Cederna riuscì a procurarsela e più volte l'ha pubblicata. «Quando entrai qui dentro la prima volta rimasi senza parole, mi venne da piangere davanti a questo incanto», racconta Carruba. «Centinaia di statue erano coperte di polvere. Ma questa coltre si è cristallizzata e le ha preservate. Il principe Torlonia aveva chiuso la collezione in una specie di tomba. Questi ambienti erano stati sigillati e fu alzato un muro portante per sostenere gli appartamenti del piano di sopra. C'era un'unica piccola porta, lì in fondo. E davanti era stata piazzata l'incombente statua di un santo. Come a impedire l'accesso a questo scrigno di atleti, imperatori e matrone. Non entrava nessuno. Erano lontane dagli occhi di tutti, ma le sculture sono perfettamente conservate». Nello stanzone il tempo sembra congelato. Ora che le statue destinate alla mostra sono state spostate nel laboratorio, quelle rimaste qui sono addossate l'una all'altra, non c'è spazio per muoversi. Fra le sculture si aprivano corsie di passaggio che sono occupate da lastre di marmo e da frammenti provenienti, forse, dal Palazzo Torlonia che un tempo era a piazza Venezia e che fu demolito nel 1901 per far posto all'Altare della Patria. Nessuno, tantomeno i Torlonia, conoscono la provenienza con precisione. Sulle mensole in alto giacciono decine e decine di busti, accostati in doppia, persino terza fila. Sembrano calchi in gesso, alcuni raffigurano antenati di famiglia (il capostipite, Marin Tourlonias, arrivò a Roma dall'Auvergne nel 1750, vendeva tessuti e fece fortuna con l'eredità di un cardinale di cui divenne cameriere e che gli lasciò un'azienda e un banco prestiti: da lì iniziò l'escalation finanziaria del casato). Nel laboratorio, invece, sfilano in ordine i pezzi pregiati della collezione. Le opere già restaurate sono una settantina, sono imballate e sembrano una bizzarra composizione d'arte contemporanea, con il bigliettino che pende da un braccio. Sotto la plastica sfilano volti levigati, capigliature ricciolute, barbe austere, le pose canoniche di un Ercole, di Venere e di Minerva, i busti femminili Livia, Agrippina maggiore, Messalina e quindi i ritratti degli imperatori, una galleria con Vespasiano, Tito, Domiziano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. A loro volta, appena ripuliti e spolverati, attestano la storia dei restauri e delle manipolazioni praticate nei secoli. Davanti a un Ercole con la clava composto di tanti frammenti assemblati, Settis spiega: «Nell'Ottocento erano richieste opere che apparissero integre anche se non lo erano. Per cui i restauratori compivano innesti con statue delle stesse dimensioni, non necessariamente dello stesso soggetto. E avevano abilità nel celare, fingere, nascondere. Questa statua-mosaico è un monumento di tale gusto. Marmi di vari statue ricomposti come in un mostro di Frankenstein. Il collage è talmente estremo che non vale la pena di stemperare lo stacco tra le varie membra con un colore uniformante. Vedremo se esporla in mostra». Ci andrà con sicurezza la Fanciulla da Vulci, una testa di ragazza che sembra uscita da un atelier novecentesco. E con lei uscirà da questi stanzoni un'allegra pattuglia di opere mai viste prima per una mostra che, si può immaginare, segnerà un'epoca.
la Repubblica
7 Dicembre 2018
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Francesco Erbani
la Repubblica
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