L'autrice, economista della Bocconi, ne discute oggi da Laterza con operatori e amministratori Già Flaubert annotava nel suo Dizionario dei luoghi comuni , raccolto per tutta una vita e pubblicato solo postumo un secolo fa, che «la letteratura è l'occupazione degli oziosi». La famosa frase del ministro Tremonti, «Con la cultura non si mangia», è dunque solo l'ultima di una lunga serie. La frase (apocrifa, che l'ex ministro ha disconosciuto in favore di una ancor più truce «Non è che la gente la cultura se la mangi»), campeggia sulla copertina del pamphlet di Paola Dubini edito da Laterza nella collana «Idòla», accompagnata dal timbro «Falso!». Smentire i luoghi comuni riscoprendo la nobile arte della polemica è l'obiettivo della collana, e smentire quelli che riguardano la cultura è appunto il compito di Paola Dubini; praticamente, un'economista della cultura, professore di Management alla Bocconi, studiosa delle tante trasformazioni in atto nelle aziende editoriali e culturali, insomma la persona giusta (e tra le più documentate) per farlo. Nei sette capitoli del testo Dubini mette in fila i principali luoghi comuni sul tema, per smentirli uno a uno: «La cultura non è reale», «La cultura non serve», «La cultura interessa a (troppo) pochi», «La cultura non ha mercato», «Dietro la cultura non c'è attività d'impresa», «La cultura non rende», «Il lavoro culturale non paga». Solo quest'ultima affermazione merita un dubitativo «Dipende!», tutte le altre sono bollate senza esitazioni come false. Già l'antropologo Tylor nel 1871 forniva una definizione di cultura come insieme complesso fatto di conoscenze, credenze, arti, morale, diritto, costume; un concetto, ricorda Dubini, «che comprende fatti di ordine materiale e spirituale, pratico e simbolico» che vanno a costruire un'identità, un senso di appartenenza, una comunità. Ma è proprio questa complessità a far sì che la visione d'insieme spesso si perda, e che la cultura agli occhi dei più finisca per essere come quella cosa che, a furia di stare sempre lì sotto il naso di chi guarda, non viene più neanche vista. La si dà troppo spesso per scontata, ma provate a chiudere una scuola o un museo, ad abbattere un monumento, a bruciare dei libri; è nella privazione che si scopre la sua importanza, la sua natura di bene fondamentale come l'acqua e l'aria. La cultura non crea valore? Il contributo economico dei settori culturali, artistici e creativi al Pil europeo, secondo Eurostat, è intorno al 4,2. Negli Stati Uniti la cifra è pressoché analoga, in Italia secondo Symbola-Unioncamere (dati del 2016) è addirittura superiore: siamo al 6. Poco? Mica tanto, tanto più che l'investimento pubblico in materia è bassissimo, nell'ordine dello «zero virgola». Ciò nonostante, la cultura cresce e dà da mangiare a un sacco di gente. Magari in molti casi in modo precario, ma pensate ai dipendenti di musei, biblioteche e tutto il sistema di conservazione del patrimonio artistico-culturale, ai professori e ai ricercatori, ai dipendenti delle fondazioni liriche, delle case editrici, delle imprese che producono contenuti multimediali per il broadcasting o per la rete. Il punto è che, quando si parla di cultura, ci si rifiuta di misurare le evidenze: a cominciare dal fatto che l'utilità della cultura per la società tutta non si misura unicamente in Pil e non si misura solo sul breve periodo. Il punto, semmai, è che si potrebbe raccogliere molto di più, soprattutto in un Paese come l'Italia che si vanta di possedere una percentuale imponente del patrimonio culturale dell'umanità (ma anche questo è un luogo comune: siamo il paese con la maggior quantità di beni Unesco, d'accordo, ma ne abbiamo «solo» il 5, che detto tra noi è comunque tantissimo). Per raccogliere di più, però, occorrerebbe investire di più in cultura, un settore che può assicurare benefici di lungo periodo a tutta la società. A chi ragiona solo in termini di fatturati, d'altronde, basta far capire che le società più competitive di oggi e del prossimo futuro sono quelle che investono di più in cultura, ricerca, innovazione. E sono anche le società più vivibili, quelle a cui gli esseri umani del resto del mondo guardano come mete ideali.