A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l'amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione? Trasecolando, leggo sul Tirreno del 16 novembre che secondo il nuovo Sindaco di Pisa tre arcate dell'acquedotto mediceo andrebbero demolite per risparmiare sui costi della tangenziale nord-est e che da tal risparmio si dovrebbero ricavare i mezzi economici per restaurare il resto delle arcate. Come se, mettiamo, il Vaticano distruggesse un pezzo degli affreschi della Cappella Sistina vendendone i frammenti, onde finanziare il restauro di tutto il resto. O se per restaurare il Colosseo se ne dovessero demolire le parti che "intralciano il traffico" nell'area circostante. Perversioni senza nome, di cui perfino le orde di Attila sarebbero incapaci. L'acquedotto mediceo, voluto dal granduca Ferdinando I dei Medici, fu cominciato nel 1588 e concluso nel 1613 sotto Cosimo II. Come assai più tardi quello del Nottolini a Lucca (voluto dalla duchessa Maria Luisa di Borbone nel 1822), anche l'acquedotto mediceo riprende nella forma, nel materiale e in vari dettagli tecnologici la tipologia degli acquedotti romano-antichi, che caratterizzò e ancora caratterizza la campagna romana. Nei dintorni di Pisa, questa scelta del governo granducale aveva un significato culturale, oltre che funzionale: richiamava e moltiplicava i resti (in piccola parte ancora visibili) dell'acquedotto della Pisa romana, e alludeva, quasi fosse una potente citazione monumentale, alla rete celeberrima degli acquedotti di Roma, e dunque all'antica Romanitas pisana che la Pisa comunale orgogliosamente affermava di se stessa. Come se si volesse suggerire una qualche analogia fra i granduchi e gli antichi imperatori: gli uni e gli altri generosi d'acque con i propri sudditi. L'acquedotto mediceo e il paesaggio che lo circonda fanno tutt'uno: fu di fronte a monumenti di tal fatta che Goethe, in una splendida notazione del suo Viaggio in Italia, colse con sguardo d'aquila la doppia identità del paesaggio italiano come sintesi di natura e cultura: «una seconda natura, intesa alla pubblica utilità: questa fu per gli Italiani l'architettura, e in tal guisa ci si presentano l'anfiteatro, il tempio e l'acquedotto». Perciò l'acquedotto mediceo va rigorosamente conservato, tutelato, protetto in quanto elemento caratterizzante del paesaggio, e non considerato una sorta di fossile inutile, di cui aspettare passivamente (o promuovere attivamente) il crollo. Tutelare l'acquedotto mediceo vuol dire però tutelare anche il paesaggio intorno ad esso, senza farne un delirio di svincoli e superstrade. Abbiamo forse dimenticato il valore paesaggistico della campagna toscana? Il desolante abbandono in cui l'acquedotto mediceo è stato lasciato da decenni va deplorato come una colpa delle amministrazioni precedenti, non usato come un alibi per fare ancor peggio abbattendo porzioni di un monumento tutelato per legge. Dovere delle pubbliche amministrazioni, dalla Soprintendenza al Comune, sarebbe non abbattere, bensì tutelare l'integrità dell'acquedotto. Ed è, questo, un dovere non solo culturale e morale, ma legale: l'art. 9 della Costituzione e una solidissima giurisprudenza della Corte Costituzionale prescrivono come interesse prioritario e assoluto la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione», che va anteposto ad ogni altro interesse, compresi gli interessi economici pubblici e privati. La tutela di una porzione preziosa di paesaggio come questa non è, dunque, un optional in cui esercitarsi. E' un tema della legalità. Chi si benda gli occhi per non vedere sta offendendo la Costituzione e violando la legge. E se non se ne accorgono le istituzioni, noi cittadini dobbiamo ricordarglielo. Come lettore del Tirreno, non posso augurarmi che le dichiarazioni attribuite al Sindaco Conti siano fake news. Ma come cittadino di Pisa potrò forse sperare che il Sindaco voglia precisarle e correggerle in senso non contrario, ma conforme alla Costituzione e alla legge?