Diciamocelo: le dittature sono mediamente più interessanti, da un punto di vista visivo, delle democrazie. Per affermarsi e mantenere il potere hanno bisogno di un grandioso e coerente sistema di immagini, di cui le democrazie, fondate sulla libera partecipazione dei cittadini, più che sull'indottrinamento, possono fare a meno. Accade che i regimi totalitari lascino in eredità un ingente, e scomodo, patrimonio artistico. Col passare del tempo, il rapporto con le tracce materiali di regimi remoti, come quelli di Augusto o del Re Sole, si normalizza, talvolta pure troppo (quando sfocia in un aproblematico culto della bellezza); ben più complesso e inquieto è il rapporto con il passato recente, e dunque con l'eredità monumentale dei totalitarismi del Novecento. La rimozione non serve: né quella materiale (che ha un suo senso nell'immediato, come momento di sfogo e di liberazione), né tantomeno quella mentale e percettiva. Specialmente in un momento come questo, in cui soffia sull'Italia e sull'Europa un pericoloso vento nazionalista e xenofobo, occorre guardare ai monumenti fascisti con la serenità che ci viene dal nostro orgoglio di essere democratici e inclusivi (o forse non ne siamo così orgogliosi? O non siamo sicuri che la nostra società sia veramente democratica?). Qualcuno guarda invece a quei monumenti con un misto di diffidenza e di paura, perché "alimentano la nostalgia". La nostalgia non la si combatte puntando il dito contro le testimonianze del passato, ma creando un presente di agiatezza diffusa e di giustizia sociale che impedisca di rimpiangere bei tempi andati che, di solito, tanto belli non erano. La si combatte, la nostalgia, sviluppando e rafforzando nei cittadini, a cominciare da quelli più giovani, gli strumenti che consentano loro di leggere e apprezzare i valori formali di un'opera senza perdere di vista il contesto storico e la temperie ideologica al cui interno essa è germogliata. In altre parole, è fondamentale il ruolo della scuola. Ed è fondamentale che, nella fruizione del patrimonio artistico di questo come di ogni altro periodo (ma forse di questo ancor di più), lo spettatore sia guidato da un apparato comunicativo chiaro, che aiuti la piena comprensione dei fenomeni. È ciò di cui maggiormente si avvertiva la mancanza nella magniloquente mostra Post Zang Tumb Tuuum della Fondazione Prada, da cui il visitatore usciva frastornato, e forse addirittura soggiogato, dal numero esorbitante e dalla forza visiva delle opere, senza che, probabilmente, le tante suggestioni si ricomponessero in un quadro di approfondita conoscenza storica e artistica del Ventennio. Un'arma potente contro la rimozione è costituita dal (ri)uso degli spazi. Negli ultimi tempi gli interventi di questo tipo sono stati tanti, e con esiti alterni: se il magnifico Palazzo della Civiltà Italiana è stato riadattato a quartier generale di Fendi con un notevole rispetto delle strutture, sempre a Roma spicca lo stravolgimento di un'architettura minore, ma non disprezzabile, quale l'ex Cinema Impero su via dell'Acqua Bullicante. A coronamento dell'edificio è comparsa un'incongrua superfetazione e, in maniera assolutamente non necessaria, si è sostituita nell'iscrizione monumentale sulla facciata la parola "Cinema" con "Spazio". E così, mentre il Cinema Impero di Asmara ha recentemente meritato, con le altre architetture razionaliste della città eritrea, il "bollino" dell'Unesco, il suo omonimo romano è stato per sempre sfigurato.
Art Tribune
11 Agosto 2018
Di fronte al fascismo di pietra. L'editoriale di Fabrizio Federici
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Fabrizio Federici
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