Tecnici del Mibact al lavoro. Nartece allagato, sotto osservazione VENEZIA. «No photo, please. No photo». C'è da chiedersi se le mura della basilica di San Marco l'abbiano sentito più volte del Padre nostro. Perlomeno negli ultimi decenni. È un mantra sordo, consigliato a intermittenza nel rispetto del luogo sacro. I custodi lo ripetevano anche ieri, accanto all'addetto alle pulizie che spazzava gli ultimi residui di fanghiglia ormai asciutta dai marmi del pavimento. Non fosse per lui non si direbbe che la «chiesa d'oro» veneziana sia stata aggredita 48 ore prima da 90 centimetri di acqua alta: lui è l'unico indizio di ciò che è stato lunedì. Perlomeno a occhio nudo, perché la quantità di «salso» assorbito da pareti e rivestimenti è tale da «esasperare il degrado futuro della basilica» dice Mario Piana, proto di San Marco. «Tutto sembra come prima, ma la quantità di sale accumulata è molto ampia sia per l'altezza che per la durata di permanenza dell'acqua». Danneggiamenti invisibili, per un profano, ma in grado di minare la longevità del gioiello bizantino. Persi «vent'anni in un solo giorno», ha fatto una stima il procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin. D'altronde la basilica si mostra da sempre nuda ai suoi visitatori. Niente lastre a proteggerne i pavimenti, niente transenne per allontanare il dolce scivolare delle mani su marmi, tessere, rilievi e bronzi. E questa intimità tra lei e chi la venera ha un prezzo. Basti pensare che ogni anno la calpestano circa dieci milioni di piedi, quindici mila accessi al dì. E se ci si mettono anche i flash ininterrotti delle foto, lo splendore dei rivestimenti certo non se ne giova. «A volte sento "No photo" anche quando celebro l'eucarestia, ormai ci ho fatto l'abitudine» la prende con filosofia l'arciprete della basilica, monsignor Giuseppe Camilotto. A scattare foto è la mano degli stessi turisti che ieri pomeriggio sedevano sfiniti nell'ala della Madonna di Nicopeia, ignari che solo due giorni prima fosse invasa dall'acqua insieme a battistero, cripta e cappella Zen. E lì non ci potrebbero neanche stare, perché è una porzione esclusivamente dedicata al culto, tanto che un addetto è costretto a chiedere ad ognuno se il loro intento è quello di pregare, altrimenti vengono dirottati verso la Pala d'oro. Tanti a quel punto annuiscono per 10 minuti di posto a sedere, e lui apre e chiude in continuazione l'accesso in corda rossa di velluto. È da quel punto che ieri si poteva ancora osservare l'acqua alta inondare il nartece, l'atrio che circonda il braccio occidentale e lascia affluire e congedare i turisti dalla porta San Clemente a piazzetta dei leoncini. Una scena già vista per i veneziani: questo vestibolo è abitualmente coperto d'acqua quando questa sale oltre i 65 centimetri. I lavori che le permetteranno di scolare sono ancora in corso, ma tuteleranno il nartece non oltre gli 85 centimetri: se l'acqua li supera si ripresenterà il problema. Ora il nartece è l'arto della basilica che soffre di più, con i suoi portoni in bronzo bizantini, le sue colonne e i suoi marmi. Perché «qui il livello del mosaico che comincia alla base delle volte è più basso rispetto al resto della chiesa - spiega Piana -, la risalita capillare del sale dovuto alla bagnatura ha raggiunto, e forse superato, la base dell'attacco dei mosaici». Ed è come se un malato di cuore facesse una maratona: «Magari ce la fa - spiega il proto di San Marco dopo il sopralluogo con i tecnici della Sovrintendenza - però lo sforzo non gli ha sicuramente fatto bene». «Ma il Mose non dovrebbe fermare l'acqua alta?» chiedono alcuni turisti inglesi al banco dello shop, proprio sopra alle passerelle del vestibolo allagato. «Finché non lo finiscono è dura» ripete l'addetto vendite ormai a memoria. Nel frattempo i tecnici del Mibact stavano valutando i danneggiamenti: rilievi non ancora finiti ma già in grado di escludere crolli o cedimenti dei manufatti.