Mettere temporaneamente il Bigio in un museo e intanto proseguire il dibattito per trovare una soluzione condivisa perché sostiene il Sindaco «Non è mai accaduto nella storia dei paesi democratici che le statue rimosse dopo le dittature, di cui erano un simbolo, siano state ricollocate. Quella dell'Era Fascista sarebbe il primo caso, non è una banalità»: ecco il punto. L'affermazione del primo cittadino, riportata da questo giornale pochi giorni fa, arriva dritta al cuore della questione: riportare il Bigio in piazza Vittoria sarebbe una «rimonumentalizzazione». Di fatto. Al di là delle intenzioni. Una rimonumentalizzazione gradita ad alcuni, inaccettabile per altri, innegabile anche da parte di chi si ostina (di questi tempi!) a predicare l'avvenuto tramonto delle ideologie e il conseguente necessario avvento di uno sguardo sul presente depurato di ogni retaggio. Ingombrante, «divisivo» o anacronistico che lo si voglia definire. Ma tralasciamo le prevedibili manifestazioni di soddisfazione o disappunto che accompagnerebbero la ricollocazione del Bigio nel luogo in cui si vide per poco più di un decennio, e stiamo ai fatti: non risulta che in città ci sia chi disconosce il carattere di documento della statua, documento di un periodo che si inscrive nella storia bresciana del '900, mentre è noto a tutti che larga parte dei cittadini non è disposta a riconoscerle il carattere di monumento. E dunque: i documenti, quelli materiali in primo luogo, trovano la loro sede naturale nei musei. Qualcuno obietterà che anche il Garibaldi a cavallo nell'omonima piazza è un documento del suo trionfale ingresso in città: certo. Ma i documenti che si trovano nelle piazze si chiamano monumenti, per l'appunto. Museo dunque, ma quale? Se il Bigio testimonia un momento della storia della città perché non dovrebbe essere il «Museo della città» come fino a qualche anno fa lo si chiamava ad ospitarlo e ad esporlo? Non mancano museografi colti e assennati che gli troverebbero una collocazione che non interferisca con la struttura storico -architettonica del complesso. In compenso, si otterrebbe il risultato non secondario di far entrare in un museo della città che ha dimenticato la sua vocazione originaria quella di raccontare tutta la storia di Brescia un documento, sia pure non particolarmente rappresentativo, della sua vicenda contemporanea, fin ad oggi ignorata.