Nella città degli hegeliani, fu Marotta docet, è inspiegabile e contronatura la vicenda della griglia di piazza Plebiscito. Per una volta che un giornale conduce una battaglia culturale e la vince, non si comprende perché gli altri gli si ergano contro, come per una sindrome dell'impotenza intellettuale che dev'essere mal comune. Tuttavia non ci si deve far distrarre dall'acrimoniosa reazione della pubblicistica cittadina, in verità sorprendente, e dal sordo rancore delle burocrazie locali verso il dissenso civile, già ampiamente sperimentato. In gioco qui ci sono questioni vitali della politica, ancorché forse troppo sottili per essere viste ad occhio nudo. Piazza Plebiscito è il simbolo di una città moderna che ha rifondato lì, in quel luogo storico-architettonico, la propria identità con una serie di atti politici rituali (chiusura al traffico, installazioni artistiche, manifestazioni spettacolari) che hanno contrassegnato il calendario degli ultimi venticinque anni. Un simbolo, insegna Hegel, è tutt'uno con ciò che rappresenta. È intimamente la cosa che mostra o che sottende. Come lo si tocca, il simbolo degrada e muore. In politica, infatti, il simbolico è potenza fragile, molto rischiosa. Si potrebbe addirittura sostenere che la politica sempre e ovunque è costruzione di simboli, belli e brutti. Quelli più recenti creati dalla Lega di Salvini mettono angoscia, ma non è che siano veri o fasi e per forza duraturi: sono arnesi da combattimento e producono identità nel conflitto che innescano. Anche piazza Plebiscito è stata campo di battaglia di una politica giocata sull'orgoglio identitario storico-culturale per una rinascita civile, che nel decennio finale del secolo scorso sembrò avere una qualche chance di successo. Siamo ora in un'epoca diversa, non v'è dubbio. Ma non così lontana da poter dimenticare il significato simbolico di piazza Plebiscito e di quel cantiere ex Ltr, sentina della tangentopoli nostrana, bloccato, smontato, dimenticato e oggi risorto come uno zombie a nuova perfida vita. Le ragioni strumentali dell'impresa (il timore panico di perdere tempo e denaro se si dovesse spostare la misteriosa griglia) appaiono controverse al pari di come si mostrano deboli quelle dei sostenitori dell'intangibilità dei beni culturali. Fare un buco nel tessuto simbolico della piazza per quanto sia piccolo o piccolissimo significa affermare che ogni cosa ha un prezzo economico, ma non farlo per motivi di vincolo storico-architettonico sarebbe come sostenere che il valore della cultura si pone fuori dal tempo. Piazza Plebiscito non dovrebbe essere toccata perché è diventata nel mondo l'immagine di una città diversa, non folcloristica, vera e moderna, anche se costa troppo mantenerla così com'è diventata. Non sfiorarne neanche un metro quadrato è un obbligo politico. Un modo di comunicare che la città è un corpo ancora vivo e pulsante. E si spera sempre dialogante, come tentava di ricordare l'altro ieri Antonio Bassolino. Perché in fondo il danno vero l'hanno compiuto gli uffici del Comune e quelli della Soprintendenza arrogandosi il diritto di riaprire un cantiere storicamente controverso nel cuore più teatrale della Napoli di oggi senza spiegarsi, senza cercare alcun consenso. Nelle città che hanno inventato la democrazia il teatro era lo spazio dedicato alla discussione e allo scontro sui simboli e sui valori. Se amministratori e burocrati fossero stati all'altezza dei loro ruoli, si sarebbero comportati di conseguenza immaginando che una decisione su piazza Plebiscito avrebbe avuto bisogno di un coro e di un pubblico e non solo di attori pseudoprotagonisti. Ma poi a ben pensare è da escludere che si sia trattato solo di scarsa sensibilità e d'incapacità a comunicare, come sospetta dolendosene Bassolino. Da un'altra parte della città, in pieno agosto, una gru ha sollevato la scultura di Tatafiore e l'ha depositata a svernare in un altrove comunale, come fosse una cosa vecchia e inutile, un intralcio allo struscio nella via Scarlatti del commercio per il commercio. Così come nessuno nota più che il mulino di Kounellis al Ponte di Tappia non muove più come dovrebbe le pale al vento o che le opere d'arte della metropolitana più bella del mondo languono in un progressivo malinconico degrado. Insomma, grazie alla tenacia di una manipolo di piccoli amministratori e burocrati senza qualità, a dover fare le spese della nuova fase politica già terminale che ha ridotto la città a un unico gigantesco bistrot maleodorante sembra debba essere, dopo il lungomare, tutto quello che ha a che fare con l'arte e con i simboli delle passate stagioni. Dunque, per dirla con il leader più antipatico della scena italiana, non si dovrebbe più sottilizzare sui centimetri della griglia e sui problemi finanziari delle aziende costruttrici: prima viene la Napoli dell'arte e della cultura e poi si ragiona di cantieri, compatibilità e convenienze economiche. Sarebbe anche un modo finalmente civile per ricominciare a fare politica. Solo i simboli, che per definizione «mettono insieme» (questa è l'etimologia greca della parola), possono dare forza e una direzione sensata a una collettività che intenda decidere con qualche speranza anche sul presente e sul futuro.