«Serviva un accordo prima, si corra ai ripari» NAPOLI. È la «sua» piazza. L'ha appena attraversata e l'impressione che ne ha ricevuto non è delle migliori: tanta ammuina e niente che gli ricordi il vecchio splendore. E la speranza di rinnovamento che aveva innescato. Si partì da lì, dalla piazza, i risultati furono più che incoraggianti, poi progressivamente la città matrigna ha preso il sopravvento. Quando lo incrociamo Antonio Bassolino, con la moglie Annamaria Carloni, sta raggiungendo il Circolo Artistico per la presentazione di Agorà, il libro di Goffredo Bettini. Tutto si tiene, si parla di luoghi di aggregazione urbani capaci di superare le barriere delle istituzioni e un discorso su piazza del Plebiscito e sulla guerra che si è scatenata intorno alla stazione del metrò cade, come si dice, a proposito. Bassolino, da che parte sta? «Non ho soluzioni da condividere, non intendo parlare di grate e di altre questioni, per me non deve esserci contrapposizione tra l'esigenza sacrosanta di salvaguardare l'integrità storica ed estetica della piazza e l'altra, altrettanto importante, di mandare avanti i lavori della metropolitana. Oserei dire che sono due bellezze da salvare, la piazza per quello che rappresenta e il metrò che da tutti viene considerato il più bello d'Italia». D'accordo, il problema è questo, ma ora lo scontro è frontale e uno dei due contendenti deve soccombere. «Siamo a questo punto perché è stato commesso un errore, non oso neanche pensare alle conseguenze che ne deriverebbero aggiungendone un altro». Di quale errore parla? «L'esigenza di mettere d'accordo le varie parti in questione andava affrontata e risolta preventivamente attraverso un'opera di concertazione paziente, meticolosa e capillare nell'interesse della città. Non avendo compiuto questo passaggio iniziale siamo arrivati al punto in cui oggi ci troviamo». Tutti contro tutti. Bassolino, chi ha sbagliato? «Beh, la concertazione è un'attività di competenza del sindaco e dell'amministrazione comunale. È mancato, come dire, l'input fondamentale». Hanno sbagliato de Magistris e la giunta, dunque. «Fate voi, ma il problema oggi è uscire dall'impasse e rimontare sui rapporti compromessi tra le varie istituzioni interessate, soprattutto la Soprintendenza. In una parola bisogna fare quello che non è stato fatto prima, anche se mi rendo conto che il compito è molto più difficile. Senza fare drammi e senza scatenare guerre di religione». Come, invece, sta avvenendo. «Lo ripeto, bisogna mettersi intorno ad un tavolo, placare gli animi e avviare una operazione di ricucitura. Che io ricordi noi si è fatto sempre così e siamo riusciti quasi sempre a mettere tutti d'accordo». Da dove ripartire? «Da una convocazione a firma del sindaco, nella quale, magari, bisogna sottolineare che bellezza e lavoro devono stare insieme. Nel caso di piazza Plebiscito questo è possibile. Mi sembra paradossale, infatti, quello che si sta verificando. Con la metro siamo andati nelle viscere della città, piazza della Borsa, piazza Municipio attraversando il cuore del centro storico». Le parti in commedia, però, sembrano poco disposte. «Se è vero occorre ricucire gli strappi, come facevamo noi convocando il plenum delle Soprintendenze e utilizzando la collaborazione di tutti, anche di Stefano De Caro. Non è stato semplice, ma il risultato quasi sempre ci ha premiato. Anche perché tra le varie componenti istituzionali c'era un rispetto reciproco». Che oggi non c'è. «No, a giudicare dalle cronache dei giornali». Un'ultima domanda che è un invito ad un amarcord. Quando gli ricordiamo che nel 1994 per liberare piazza del Plebiscito e farne la vetrina di Napoli che tentava di risalire la china, fu necessario sfondare molti "muri" Antonio Bassolino conferma: «Sudammo più di sette camicie e curammo tutti i dettagli, anche quelli apparentemente meno importanti, come reclutare gli ultimi scalpellini per scolpire i sanpietrini che mancavano e implorare gli anziani abituali frequentatori della piazza a controllare che gli operai lavorassero alacremente». Cronache ingiallite dal tempo.