La decisione del Comune di non installare in via Roma la luce d'artista «Planetario» di Carmelo Giammello ha suscitato un ampio e surreale dibattito. Così come la conferma che anche quest'anno buona parte delle Luci (undici delle 24 esposte in totale) non saranno in centro, ma sparpagliate nelle altre sette circoscrizioni cittadine. Infine, per placare i commercianti di via Roma inviperiti per la perdita del «Planetario», la giunta ha annunciato che in via Roma verranno comunque piazzate delle luminarie natalizie, benché non «d'artista». E quest'ultima trovata sembra non turbare nessuno. Tutti d'accordo. Meglio che niente, si saranno detti i fini intenditori: sono pur sempre luci, no? È caratteristica propria della decadenza dimenticare il significato autentico di un'opera d'arte per adattarla alle esigenze e alla mentalità del momento. Vent'anni fa «Luci d'Artista» fu inventato dall'allora assessore alla Promozione della città, Fiorenzo Alfieri, come progetto d'arte diffusa che superasse la banalità cafona delle solite luminarie natalizie. L'idea era di allestire nelle vie centrali di Torino una sorta di museo all'aperto dove la creatività contemporanea dialogasse con le architetture dei palazzi storici. Ma le singole Luci dialogavano anche fra di loro, costituendo così un'opera unica, collettiva e diffusa. Ne discende, come prima conseguenza, che spostarne alcune fuori dal centro storico può essere una scelta giustificata da un obiettivo politico («coinvolgere le periferie») però equivale su un piano della lettura di un'opera d'arte al vandalismo subìto da certe pale d'altare che per ignoranza o avidità furono smembrate e le singole tavole vendute o rubate. Sicché, se non sono perdute, quelle tavole le ritrovi sparpagliate in musei diversi in giro per il mondo. Snaturate, e dunque immiserite, essendosi persi gli equilibri che reciprocamente le esaltavano nel progetto originale dell'intera pala. Capisco che il concetto, applicato a Luci d'Artista, oggi risulti astruso: l'opera fu pensata in tempi diversi, quando persino i pubblici amministratori erano attrezzati con un briciolo di cultura. Ma la conferma definitiva che il medioevo contemporaneo ha scordato il significato dell'opera d'arte Luci d'Artista anzi, l'idea stessa che si tratti di un'opera d'arte arriva dalla decisione, pacifica e non contestata, di sostituire una parte perduta di quell'opera (per l'appunto il «Planetario» di Giammello in via Roma) con banali luminarie natalizie da centro commerciale. Ciò significa che la Torino odierna considera le Luci d'Artista null'altro che «addobbi per le Feste»: magari «più eleganti» di quelli dei centri commerciali, epperò fungibili e rimpiazzabili alla bisogna con un po' di lampandine colorate. Ma c'è di peggio: le luminarie natalizie di via Roma coabiteranno con le tredici Luci d'Artista esposte in centro (superstiti brandelli dell'opera d'arte diffusa immaginata vent'anni fa) e dunque diventeranno un corpo estraneo, un elemento «non artistico» inserito violentemente nel tessuto di un'opera d'arte. Immaginate un affresco di cui si siano perse alcune parti: immaginate l'Allegoria del Buono e del Cattivo Governo, di Ambrogio Lorenzetti, a Siena. E immaginate che qualche sciagurato, per «non lasciare quelle parti vuote», vada a disegnarci dei pupazzetti col pennarello. Voglio sperare che, persino nell'Italia del 2018, lo ingabbierebbero e butterebbero via la chiave. Ecco: le luminarie commerciali di via Roma sono i pupazzetti nell'affresco di Luci d'Artista. Ok, Torino non è Siena, e Luci d'Artista purtroppo non è l'Allegoria di Lorenzetti. Ma sempre arte è. E come tale meriterebbe di essere trattata con rispetto. Non con la tracotanza degli ignoranti.