Sobria eleganza borghese d'antan e un menù che cita la collezione Con l'inaugurazione del Caffè Fernanda (Wittgens, storica sovrintendente) e del bookshop, James Bradburne completa il rinnovamento della Pinacoteca di Brera. Giovedì apertura prolungata e ingresso gratuito per ammirare il «Dialogo» tra Hayez e Ingres. Et voilà, le jeux sont faits. Il riallestimento di tutte le 38 sale della Pinacoteca di Brera è terminato. A tre anni esatti dall'inizio del mandato, ieri il direttore James Bradburne ha chiuso il cronoprogramma che si era dato per rinnovare il museo e far sì che «i milanesi tornassero a innamorarsi della Pinacoteca e dei suoi capolavori». Da giovedì, con ingresso gratuito fino alle 22.15, i visitatori potranno ammirare anche le ultime due sale dedicate all'Ottocento, la 36 e la 37, tornate comunicanti attraverso la riapertura di un passaggio ad arco e ampliate guadagnando spazio sottratto al deposito. Ora anche queste hanno pareti più calde, blu polvere, e una disposizione delle opere ordinata su un solo registro, con nuove luci e didascalie. E non è tutto. Perché ieri i festeggiamenti per il «gran finale» si sono potuti tenere nel nuovo Caffé Fernanda, aperto nella sala dove prima c'erano il bookshop e l'ingresso. Un ambiente dall'eleganza sobria, nello stile di una Milano borghese d'antan, arredato con opere d'arte (le didascalie sono riportate nel menu) illuminato da grandi finestre e da specchi che da dietro il bancone amplificano luce e spazi. Il bar includerà piatti scelti per il legame con la collezione (inevitabile il Carpaccio) e sarà approvvigionato con prodotti coltivati appositamente nel parco Sud perché, ha spiegato Bradburne, «Il nostro approccio filosofico è molto coerente. Sia la caffetteria che la Bottega Brera, nel cortile, rifornita con oggetti disegnati in esclusiva, fanno parte dello stesso progetto: non sono servizi aggiuntivi, ma parte integrante del museo. Chi ci entra è già dentro Brera». Una rivoluzione, dunque, di cui Bradburne si dichiara però solo esecutore: «Ho lavorato all'ombra dei grandi visionari che mi hanno preceduto qui come Fernanda Wittgens, Franco Russoli e Ettore Modigliani. È loro l'idea del museo vivente, di un istituto dove si studia nei depositi, si fanno restauri e ricerca, si copia dal vero, si va con la famiglia e si vivono emozioni». Giovedì l'apertura delle ultime due sale, grazie al contributo della Fondazione Sacchetti, sarà l'occasione per inaugurare anche il VII Dialogo dedicato alla figura femminile intorno alla metà dell'Ottocento. Protagonista il ritratto di Teresa Manzoni Stampa Borri (seconda moglie del Manzoni) eseguito da Francesco Hayez, a confronto con tre signore ospiti: Madame Gonse, ritratta da Jaen-Auguste-Dominique Ingres; Selene Taccioli Ruga immortalata da Hayez, e Anna Maria Virginia Buoni Bartolini modellata nel gesso da Lorenzo Bartolini. Caroline Gonse, considerata «la nostra Gioconda» dal Musée Ingres di Montauban da cui proviene, è un prestito eccezionale dovuto al fatto che il museo francese è in questo momento chiuso per ristrutturazione. «È un quadro che non prestiamo mai perché è l'unico dei sette grandi ritratti rimasti in Francia eseguiti nel decennio 1845-55 da Ingres, pittore che detestava la ritrattistica», ha spiegato la conservatrice del museo Florence Viguier-Dutheil. Tutti soddisfatti, anche il sindaco Sala («Questo, per Milano, è il momento del coraggio», ha detto. «Dobbiamo pensare in grande con una testa internazionale») e il ministro Bonisoli, presenti all'inaugurazione. Bradburne, invece, si è già rimesso all'opera «Ogni fine è un inizio», ha dichiarato, e ha sfoderato nuove idee come la borsa dedicata alla visita delle famiglie; ha confermato le tariffe a 3 euro, 2 e 1 riservate a giovani, anziani, e alle visite serali, e si è posto come prossimo obiettivo la costruzione dell'ascensore per salire all'Osservatorio. Il trasloco a Palazzo Citterio, invece, non vede ancora l'alba.