Ogni mese, in Italia, avvengono due furti d'arte nei musei pubblici e privati, sei nelle istituzioni pubbliche e private, 41 nelle chiese, 57 presso privati cittadini. Queste le medie sul periodo 1970-2002, che ha registrato in totale 41.477 denunce di furti per 794.215 oggetti trafugati. Nel 2001 sono stati denunciati 2.090 furti per 30.012 oggetti; nel 2002, rispettivamente, 1.539 e 18.556. Sempre nel periodo 1970-2002 sono stati recuperati 202.924 oggetti (7.708 all'estero). Cosa c'entrano questi dati forniti dal Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale - presentati con scrupolo e passione dal generale Ugo Zottin - con il convegno svoltosi ieri a Rimini - in seno alla terza edizione di «EuroPa», salone delle autonomie locali - sulla valorizzazione dei beni storici, artistici e culturali dei piccoli e medi Comuni? C'entrano. Perché se l'Italia è un «museo diffuso», unico al mondo per stratificazione storica e disseminazione territoriale del patrimonio storic o-artistico, per difendere questo straordinario tesoro da malintenzionati e speculatori non c'è via migliore che viverlo. Viverci. E farlo vivere. Non abbandonare al loro destino le 95mila chiese, i 1.500 monasteri, i 3.500 musei, le 18.500 biblioteche, i 20mila castelli e gli oltre 6mila siti archeologici custoditi - e troppo spesso dimenticati - nei mille territori dell'«Italia minore». Non depennarli dall'agenda delle priorità. In politica, nella società civile, nella stessa Chiesa italiana - che tanta parte di questo patrimonio ha creato e detiene. Se questo è l'orizzonte, non sono un segno incoraggiante le assenze al convegno promosso a Rimini dall'Anci Servizi (il braccio operativo dell'Associazione dei Comuni italiani). A partire da Giuliano Urbani, ministro per i beni culturali, che pure aveva assicurato - dicono gli organizzatori - la sua presenza. Fra gli altri assenti il sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, il presidente della Provincia di Roma, Silvano Moffa, e lo s tesso presidente dell'Anci, Leonardo Domenici. Tutti altrove per legittime ragioni, è stato detto. Ciò non ha fermato il dibattito. Né rallenterà le iniziative concrete in materia di valorizzazione dei beni culturali dell'«Italia minore» delle quali abbiamo parlato nell'edizione di ieri: iniziative già avviate come il club dei «Borghi più belli d'Italia» (presentato dal suo presidente, Fiorello Prini) o ormai prossime a partire, come i progetti targati Anci Servizi ArtCard e CultuRes. «Va fatta una scelta strategica: i beni culturali siano il motore dello sviluppo italiano», ha scandito Antonio Centi, presidente della Consulta turismo Anci. Ma servono - ha detto ancora Centi - «politiche non dirigiste», una vera logica di rete, la creazione di «sistemi turistici locali integrati» e la partecipazione di tutti gli attori sociali e territoriali. A partire dalle realtà ecclesiastiche: che però chiedono chiarezza sul piano delle relazioni, delle risorse e delle responsabilità. Da individ uare, magari, all'interno di un «quadro» di regole modellato insieme fra Regioni, associazioni degli enti locali e Conferenza episcopale italiana, ha proposto monsignor Giancarlo Santi, direttore dell'Ufficio nazionale Cei per i beni culturali ecclesiastici. Fra gli altri interventi quelli di Giovanni Morello - direttore dell'Ufficio mostre della Biblioteca Vaticana, che ha chiesto una legge nazionale a sostegno dei musei locali - e di Fabio Isman, inviato de «Il Messaggero», che ha alimentato il dibattito con alcuni puntuali esempi di «tesori» sottratti al godimento pubblico - come la più importante collezione privata di statue greco-romane del mondo, quella dei principi Torlonia, quasi 700 opere diventate «arredo» per miniappartamenti di lusso.