Al Caffè Wittgens, fu Fernanda (prima sovrintendente donna), si brinda alla rivoluzione silenziosa dell'anglo-canadese James Bradburne. Visto che l'Accademia un po' va (forse in Farini) e un po' non va (in Mascheroni), il direttore ha dimenticato i grandi recit (Grande Brera, Brera 2) e ha ritinteggiato le stanze in adeguati colori, rifatto le didascalie diventate poemetti, lanciato collane di libri, concerti, mostre non blockbuster, tentato un ballo serale, spostato (in disparte) il book shop il tutto senza litigare nel più litigioso dei condomini: Brera. Inoltre, sono aumentati i visitatori. Dunque il Naviglio può mormorare: resti lo straniero. Per tutto il resto ci sono allusioni, che ieri aleggiavano tra i sorrisi. Obliato il black-out del condizionatore (con le non-dimissioni di Agosti) e salutato il progetto di Mario Bellini (il ministro ringrazia), quando Bradburne ha aperto la Valigia di Brera tirando fuori gadget in quantità il sindaco si è rivolto a lui come a un Dulcamara capace di venderti anche il magico Elisir (il profumo «Rosa di Brera» c'è). Dal ministro è sibilato che la Milano della cultura dev'essere all'altezza di quella produttiva. Infine, quando lo spettro di Palazzo Citterio non è stato eludibile, Bradburne ha ribadito che a lui serve un anno «dalla consegna». Ma non è già stato consegnato dalla soprintendenza? C'erano vecchie infiltrazioni, il problema delle porte... «Devo imparare di più sui ritmi dell'Italia». Li ha capiti benissimo: un passo avanti, uno indietro, doppio passo, liscio, mazurka, walzer