"Cambiamento", ne ha scritto Linda Colley sulla London Review of Books, è una delle parole più abusate del nostro tempo. Non è neppure una gran novità, perché da sempre nei periodi di crisi qualcuno vuole che tutto cambi: anche Catilina, all'epoca di Cicerone, voleva il cambiamento a ogni costo, era rerum novarum cupidus; e questo un bel po' di tempo fa, nel 63 a.C. Il guaio è che ci sono cambiamenti per il peggio (per esempio il fascismo) e cambiamenti per il meglio (per esempio la Resistenza). E c'è in ogni caso, anche oggi, qualcuno che pensa il contrario (viva il fascismo, abbasso la resistenza). Ma a Roma, da Catilina ai nostri giorni, lo slogan del cambiamento va sempre di moda. Di slogan e formulette, si sa, la politica si nutre. Ma come mai non viene in mente ai nostri governi di lanciare slogan appena un po' meno vaghi e consunti, che magari indichino un qualche traguardo concreto? Come mai nessuno proclama di voler essere, che so, "il governo della giustizia sociale", "il governo del diritto alla cultura", "il governo dell'attuazione della Costituzione"? Mai successo, oggi meno che mai. "Cambiamento" è una formula di comodo, non indica un progetto né un vero e riconoscibile obiettivo, ma un vago desiderio, un'ipotesi, forse un miraggio. Designa un processo, non un programma. Può sedurre, non convincere. Anche attuare pienamente la Costituzione sarebbe un cambiamento, e che cambiamento! Ma "cambiamento" sarebbe anche smantellarla, come infatti il duo comico Renzi-Boschi si era impegnato a fare. In nome, si capisce, di uno slogan altrettanto vuoto, quello delle "riforme". Come se non ci fossero, poi, riforme buone e riforme cattive o pessime (come la loro). Troppo spesso, nella confusione dei tempi che viviamo, i fautori di un qualsivoglia cambiamento vengono scambiati per progressisti. Ma chi davvero opera politicamente nell'ottica del bene comune dovrebbe rinunciare a questi termini-omnibus che possono contenere tutto e il contrario di tutto (riforme, modernizzazione, rinnovamento, cambiamento, e via approssimando). Senza una qualche precisazione, "cambiamento" può essere un furbesco sinonimo politico di "rottamazione". Una controprova? La genealogia dell'uso politico del termine "cambiamento", che dovrebbe esser chiara a tutti : viene da uno dei grandi bugiardi del nostro tempo, Tony Blair, non per niente fondatore di un Institute for Global Change e musa ispiratrice di una pseudo-sinistra nostrana che ha perso ogni bussola e molte sinapsi. La vera distinzione non dovrebbe essere fra chi propugna il cambiamento e chi no, ma fra chi spiega bene quel che vuole e chi sta sul vago, trincerandosi dietro comode frasette multiuso. Dovrebbe essere fra chi iurat in verba magistri, appiattendosi sulle decisioni dei vertici o guru di partito, e chi mostra di saper giudicare criticamente, argomentare, dialogare a fondo con chi la pensi diversamente. Perciò il "governo del cambiamento" è destinato o a perdere terreno o, peggio ancora, a guadagnarne spostandosi a destra, difendendo i privilegi degli italiani per nascita, minacciando di angherie e rappresaglie chi ha avuto il torto di nascere altrove, puntando sull'applauso dei distratti e non sul consenso dei cittadini più vigili. Il SalviMaio va battendo strade notissime, per esempio esercitando i privilegi dello spoil system, approvando questo e quello in consiglio dei ministri, e però "salvo intese" come ai bei tempi di Berlusconi o di Renzi, copiando Minniti sui temi dell'immigrazione. O ancora mettendo in scena un perpetuo braccio di ferro fra i partiti al timone, e ricomponendo l'accordo a giorni alterni, come ai vecchi tempi dei tri, quadri- e penta-partiti. Su questi fronti, nessun cambiamento. Eppure, qualcosa accomuna la Lega di Salvini e il M5S di Di Maio: entrambi a suo tempo lottarono (e vinsero) contro la riforma costituzionale proposta da un Pd già in preda al delirio istituzionale che oggi lo divora. Proviamo dunque, lasciando da parte temi più vasti e controversi, a proporre al governo due domande facili facili su temi centrali nella Costituzione: la scuola e la ricerca. Prima domanda: abbiamo esultato per aver difeso la Costituzione nello stolto referendum, eppure è sempre più evidente che la maggior parte degli italiani la Costituzione non l'hanno mai letta e ne hanno un'idea assai vaga. Dati inoppugnabili in tal senso sono stati raccolti e analizzati in un libro molto serio (L. Allegra, M. Moretto, Che storia è questa. Gli adulti e il passato, ed. Celid). Per rimediare, la prima mossa sarebbe introdurre nelle scuole lo studio obbligatorio della Costituzione, rimettendo in circolo l'Educazione Civica colpevolmente esiliata dalle aule. Si può fare, costa poco o nulla. Il governo intende farlo? E se no, perché? Seconda domanda: i nostri governi degli ultimi trent'anni (di qualsiasi segno) hanno considerato la ricerca un lusso, tagliando spietatamente i fondi alle università e agli enti di ricerca, falcidiando l'organico dei docenti e generando legioni di precari e decine di migliaia di emigrazioni di studiosi di prim'ordine formati in Italia a caro prezzo, e poi regalati a Svizzera, Germania, Olanda, Stati Uniti, Gran Bretagna. Un'impressionante fotografia di questa terribile e costosissima emorragia intellettuale risulta dai dati del Consiglio Europeo delle Ricerche, la più prestigiosa agenzia di ricerca del mondo. Nella corsa per gli starting grants, riservati a giovani dottorati (fino a 3 milioni di euro l'uno), l'Italia è seconda dopo la Germania (prima della Gran Bretagna e della Francia) per numero di borse vinte (dati 2018). Ma poi precipita in fondo alla lista, perché gli italiani che vincono non hanno la minima fiducia nel futuro della ricerca nel nostro Paese, e ne scelgono un altro. Così l'Italia vince 42 borse, ma 27 vincitori se ne vanno subito in un altro Paese europeo, mentre la Gran Bretagna vince appena 22 borse, ma 45 altri ricercatori (ciascuno dotato di alcuni milioni di euro) la scelgono come luogo di ricerca. Risultato iniziale (borse vinte): Italia batte Regno Unito 42 a 22. Risultato finale (luogo prescelto per la ricerca): Regno Unito batte Italia 67 a 15. Che cosa ha in mente il governo per rimediare a questa situazione che sarebbe ridicola se non fosse tragica? Intende ridare sangue e forza alle università e agli enti di ricerca, incrementare significativamente i fondi, creare una prospettiva per i giovani, attrarre dall'estero i migliori ricercatori, o no? Questo sarebbe un cambiamento per il meglio, ma nulla finora fa sperare che ci sarà.