A lanciare la proposta è Augusto Masiello, presidente del Kismet E LA storia di un vecchio sogno, accarezzato già dalla seconda metà degli anni Novanta. E adesso che forse l'agognata ricostruzione del teatro Margherita sembra avvicinarsi, almeno in teoria, è il momento giusto per riparlarne. Fatto salvo che, visto il destino da storia infinita che accompagna il cimitero dei teatri baresi, il condizionale resta d'obbligo. Quelli del K i s m e t OperA, relegati da sempre negli spazi di un ex opificio industriale nella periferia cittadina, a strada San Giorgio Martire, sognano adesso di poter realizzare un progetto che faccia del Margherita, «un luogo dove potersi fermare anche solo per un momento - dice Augusto Masiello, presidente del Kismet -per bere un caffè e condividere un'emozione, o scegliere di stare: di stare anche oltre gli stretti confini temporali di uno spettacolo». Insomma, una casa della cultura e delle arti bella e buona. «Abbiamo provato - spiega - a immaginare questa palafitta sul mare, aperta alle influenze di culture diverse e allo stesso tempo capace di esprimere appieno la nostra identità. Sotto il segno di quella cultura del dialogo che nelle città d'acqua è parte del dna di chi le abita». Eppure non è a un trasloco nel salotto buono della città che il Kismet sta pensando. «L'abbiamo già scritto e detto nel 2000, quando la possibilità di riavere il Margherita sembrava avere ogni requisito dell'utopia e, nonostante tutto, presentammo la nostra stagione di prosa di allora appunto fra i ruderi di quel teatro sul mare. Lo ribadiamo oggi con forza, onde evitare di sollevare inutili polemiche. Guardiamo al progetto Margherita anche come a un momento di radicale trasformazione del Kismet e difusione non generica con altre esperienze, competenze, economie che andrebbero a disegnare un nuovo soggetto. Così l'invito che rivolgiamo oggi agli operatori culturali e artistici baresi, la Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari in testa, è di aprire un confronto sul domani del Margherita, e non solo, con l'obiettivo di mettersi all'opera quanto prima. Un dialogo corale che naturalmente dovrà costruirsi anche con un esteso cartello istituzionale: Sovrintendenza, Regione e Comune e Provincia di Bari». Contenitori a parte, infatti, Masiello mette in campo il più volte vagheggiato, ma mai affrontato problema dei contenuti. Ovvero ipotizzando un futuro in cui Bari abbia a disposizione non solo il Piccinni di oggi, ma l'auditorium Nino Rota, il Petruzzelli e lo stesso Margherita, scontata la retorica tutta in burocratese della ricostruzione, lo scoglio da affrontare sta nella cosiddetta destinazione d'uso di questi spazi. E qui gli interrogativi aperti sono sulla gestione dei teatri e sulle risorse che potranno mai essere messe a disposizione. «Dobbiamo iniziare a lavorare da subito, perché suggerisce Masiello - il cantiere del Margherita, ma pure dello stesso Petruzzelli, possa costituire un punto di partenza per un dialogo ritrovato fra la città di Bari e i suoi teatri per forza di cose dimenticate. A Lione, in Francia, l'hanno già fatto e, curiosamente c'era di mezzo un imprenditore barese illuminato, l'umanista Gianfranco Dioguar-di. Fu proprio lui a partorire l'al-lora inedita idea del cantiere evento, quando poco più di una decina di anni fa il gruppo Dio-guardi realizzò il parcheggio sotterraneo del Teatro dei Celestini. Per farla breve, nell'area interessata dai lavori vennero messi in scena degli eventi di spettacolo». La filosofia, dunque, è che un teatro possa già iniziare a rivivere durante le fasi della sua ricostruzione. E che, soprattutto, il nodo dei contenuti non venga sciolto quando sarà troppo tardi. Tanto più che va chiarito pure il rebus dei padroni di casa di poi, cioè chi ha avrà le chiavi del palcoscenici ritrovato. Sarà la Fondazione lirico-sinfonica "Petruzzelli e Teatri di Bari"? O forse sul Margherita dovremo attenderci qualche altro colpo di scena? Pardon, coup de théàtre.