Ho seguito con grande interesse su queste pagine il dibattito "rosso verde" e da ambientalista appassionato mi sono sentito stimolato a intervenire. Non per schierarmi con l'uno o l'altro ma solo per alimentare con una "storia vera" quanto di concreto c'è in una discussione forse a volte un po' teorica. Come molte storie, cominciamo da un'epigrafe: «Poco importa (...) che il paese vada sott'acqua alle prime piogge un po' consistenti: quel che conta, evidentemente, è soddisfare le esigenze di prestigio, elettoralistiche, clientelari, campanilistiche, paesane, di onorevoli, presidenti di province, sindaci ecc.... questa Pi. Ru. Bi. batte davvero ogni record di inutilità». Parole di Antonio Cederna consegnate al Corriere della Sera il 5 febbario 1973 a proposito della progettata autostrada - la A31 Valdastico, altrimenti detta, appunto "Pirubi". Non posso certo aspettarmi che tutti i lettori sappiano di cosa sto parlando ma sono certo che a molti è evidente quante inutili opere, dal faraonico ponte sullo stretto alla viabilità progettata attraverso boschi come l'Olmè e la Ficuzza sono oggetto in questi anni di laceranti contese tra istituzioni che attaccano il territorio come testa d'ariete di interessi privati, e cittadini che tentano di difenderlo con i pochi mezzi che hanno a disposizione. Uno dei quali, non indifferente, è la legge. Ma non perdiamo il filo di questa storia. Le coordinate geografiche: il tracciato della progettata A31-Valdastico attraverserebbe la provincia di Vicenza e quella di Rovigo passando attraverso il territorio delle province di Verona e di Padova, nello splendido scenario quasi incontaminato tra i Monti Berici e i Colli Euganei. L'idea di unire Trento con Vicenza e Rovigo con un'autostrada era stata patrocinata politicamente dai deputati democristiani Flaminio Piccoli (trentino), Mariano Rumor (vicentino) e Toni Bisaglia (rodigino): per questo l'acronimo di Pirubi. Il progetto, saltava agli occhi, era insensato, dannoso e inutile proprio come scriveva Cederna. Tanto che gli stessi esponenti politici sostenitori dell'infrastruttura rinunciarono a realizzarla. Sempre il Corriere della Sera, il 10 settembre 1973, aveva scritto: «...evitare questo ennesimo spreco di pubblico denaro sarebbe un atto di semplice decenza, una prova di serietà a tutto vantaggio della credibilità del governo». Non per niente la chiamavano anche "l'autostrada della vergogna": i 2000 miliardi di vecchie lire previsti per la sua realizzazione potevano essere destinati in investimenti veramente utili mentre la realizzazione dell'autostrada avrebbe provocato complessi problemi geologici e idrogeologici, sconvolgenti aggressioni all'ambiente collinare dei Monti Berici per l'estrazione massiccia di materiali lapidei, la dissipazione del territorio di vallate e territori ancora sufficientemente integri, la distruzione di aziende agricole fiorenti e la lesione di un patrimonio culturale come le ville venete di eccezionale valore (tra cui Villa Biagio Saraceno di Andrea Palladio e Villa Priuli-Fogazzaro-Maruffa di Baldassare Longhena). Senza contare che Trento, Vicenza e Rovigo erano già allora direttamente e ottimamente collegate fra loro. Questa la premessa, da cui emerge se non altro un fatto: la vecchia classe dirigente democristiana generalmente trascurava il patrimonio ambientale o disinvoltamente ne consentiva l'assalto. Ma aveva un residuo di decenza politica che ora, di fronte alle nuove classi dirigenti, sembra gigantesca. Nel 2001 la società autostrada BS-VR-VI-PD con sede in Verona, dopo avere acquisito (nel 1999 e sino al 30 giugno 2013) direttamente dall'Arias (senza gara europea) la concessione dell'autostrada A31-Valdastico, presenta ai ministeri competenti e alla Regione Veneto una proposta di Valutazione d'impatto ambientale del tronco dalla provincia di Vicenza a quella di Rovigo. L'istruttoria della commissione statale Via si conclude con un parere interlocutorio negativo. Altrettanto negativo il parere del ministero per i Beni e le attività culturali. La società concessionaria ritira il progetto. Che storia è questa? diranno i lettori. Tutte le regole del gioco vengono rispettate? Vincono i "buoni" e con così poca fatica? Alcuni mesi dopo la stessa società concessionaria torna alla carica: deposita alle autorità competenti una nuova proposta di Via statale che ricalca quella precedente, conservando praticamente lo stesso tracciato e apportando al progetto modifiche irrilevanti. Anzi, sotto il profilo dell'impatto ambientale, peggiorative. Fioccano ai ministeri e alle Regioni le osservazioni corredate da relazioni tecniche dei privati e delle associazioni che chiedono la conferma del parere negativo di compatibilita ambientale. Il ministero per i Beni e le attività culturali con il responso di due direttori generali e di ben tre soprintendenze, ribadisce la posizione nettamente contraria dell'amministrazione. Ma il governo Berlusconi modifica la composizione della Commissione statale Via. Che combinazione. Nonostante i pareri (tutti) contrari del ministero competente, la commissione formula un giudizio positivo di compatibilita ambientale. E data la discordanza tra ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio da un lato e ministero dei Beni culturali dall'altro, il presidente del Consiglio avoca al governo la decisione sulla Via e "rimette tutto a posto" con il decreto del 16 maggio 2003, seguito da quello del ministero delle infrastrutture e trasporti del 5 aprile 2004. Sono gli atti governativi contro i quali Italia Nostra, Wwf e gli altri hanno presentato ricorso al Tribunale amministrativo. L'argomento cavalcato dai sostenitori della nuova arteria è che il prolungamento autostradale da Vicenza a Rovigo sarebbe in funzione di un ulteriore sviluppo industriale delle aree del Veneto. Strano che la Fondazione Nordest - istituto di ricerca fondato dagli industriali del Triveneto - abbia verificato (in due rapporti pubblicati nel 2001 e nel 2002) che nel decennio 1990-2000 oltre 20.000 imprese pari a 150 mila occupati, si sono trasferite dal Nordest, in particolare dal Veneto, nei Paesi del'Europa orientale, in Slovenia e in Croazia. La "delocalizzazione produttiva" continua, l'aspettativa di un ulteriore sviluppo industriale non esiste. Le vere ragioni del prolungamento verso Sud dell'autostrada A31 stanno invece nella ricerca di un bottino molto lucroso per pochi, con danni gravi, irreversibili e permanenti per la collettività. Bottino legato agli appalti, all'estrazione dei materiali inerti e l'approvvigionamento di altri materiali, alla speculazione sulle aree per la costruzione di ulteriori capannoni per centri commerciali in prossimità dei caselli e delle barriere che il progetto prevede. Per quanto riguarda la dissipazione dello spazio fisico nel territorio rurale del Veneto, una ricerca della Fondazione Benetton di Treviso ha appurato che «nell'arco di due decenni (1961-1981) hanno cambiato destinazione d'uso più aree agricole di quanto non fosse accaduto nella storia dei due millenni precedenti». Il giornalista Gian Antonio Stella, nella prima pagina del Corriere della Sera di mercoledì 12 febbraio 2003, ha documentato che nel solo Veneto e nel solo 2001 sono stati edificati capannoni per 42 chilometri lineari ed una supericie totale di 2.530.000 metri quadrati, «un capannone alto dieci metri che vada diritto per oltre 200 km da Venezia a Trento», con una superficie «una volta e mezzo il Principato di Monaco». Edifici che spesso non sono utilizzati. Non stupisce che un paio di mesi fa circa il Tar del Veneto abbia accolto tutti i ricorsi presentati dagli ambientalisti e da altri soggetti direttamente interessati. Ora spetta al Consiglio di Stato esprimersi sulla decisione finale di alcuni ricorsi in appello e sulla sospensiva dei lavori dell'autostrada che il ministro Lunardi ha inaugurato mesi fa senza aspettare il responso dei magistrati del Tar (una tecnica consolidata che fa ormai giurisprudenza: in negativo). Le motivazioni della sentenza del Tar sono corrette, motivate e senza incertezze: i tre giudici del Collegio Veneto hanno stabilito che almeno sei motivi del ricorso sono «sicuramente fondati» e che tale fondatezza è di una «evidenza lapalissiana». Alla delibera del Consiglio dei ministri del 2002 e del successivo decreto del presidente manca la motivazione: la decisione favorevole alla realizzazione dell'autostrada si pone come «asserzione pressoché arbitraria», solo enunciata e non supportata da giustificazioni o spiegazioni; è illegittima la valutazione favorevole al progetto espressa dalla Commissione statale sulla Via senza neppure aver esaminato e valutato il parere negativo del ministero per i Beni e le attività culturali e delle sue tre soprintendenze; è invalida la pronuncia di compatibilita ambientale positiva senza aver considerato l'intero tracciato dell'autostrada o, quanto meno, le relative ipotesi di massima come imposto dalla normativa statale in materia di Via; è illegittimo il provvedimento finale della valutazione di impatto ambientale perché non considera in alcun modo le osservazioni presentate da privati, associazioni e istituzioni nel corso del Drocedimento di Via: è totalmente illegittima la procedura per l'approvazione del progetto definitivo e l'autorizzazione dell'opera perché viola la normativa sulla localizzazione delle opere pubbliche statali difformi dagli strumenti urbanistici; sono viziati da carenza di motivazione anche gli atti regionali che espressero un parere positivo sulla conformità urbanistica del progetto senza precisare quali sarebbero le «previsioni urbanistiche generali» rispetto alle quali l'autostrada sarebbe stata conforme. Le reazioni alla sentenza sono state scomposte: che l'interesse collettivo venga riconosciuto con solida base legale ai fautori dell'autostrada sembra davvero troppo. Gli interessi affaristici locali commisti tra pubblico e privato si sono scatenati: speculazioni edilizie sui terreni in prossimità dei sei caselli e delle due barriere, prospettive di favolosi guadagni dalle estrazioni di materiali lapidei dalle cave, di appetiti sugli appalti, l'interesse della società concessionaria. Per dirne una, il giorno dopo la pubblicazione della sentenza la presidente della Provincia di Vicenza Manuela Dal Lago (Lega Nord) indiceva una petizione "popolare" per la realizzazione dell'autostrada proponendosi come coordinatrice di enti, associazioni di categoria e sindacati che chiamava a raccolta sotto la bandiera dello sviluppo e della modernità. Iniziativa in aperta, arrogante sfida intimidatrice alla giustizia: verso i giudici del Tar che hanno preso la decisione e verso quelli del Consiglio di Stato che fra pochi giorni dovranno pronunciarsi sulla sospensiva e successivamente nel merito. «Quando le firme saranno migliaia, uno stato democratico non potrà non permettere la realizzazione di ciò che la comunità chiede»: questa la roboante dichiarazione di Manuela Dal Lago. Aberrante, barbarica concezione del rapporto tra i poteri dello Stato espressa da un rappresentante del potere che assume decisioni e attività pubbliche. Dal Lago è da alcuni anni consigliere di amministrazione della società privata che senza gara europea ha ottenuto la concessione sino al 30 giugno 2013 per la costruzione e la gestione dell'autostrada A 31 Valdastico. Per questo incarico di consigliere d'amministrazione la presidente della Provincia di Vicenza ogni anno e da anni incassa dalla società privata concessionaria un ricco compenso. Alla petizione "popolare" ha aderito anche il presidente della Provincia di Padova Vittorio Casarin (Forza Italia) che, pure, siede da anni nel Consiglio di amministrazione della società privata spa Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova percependo un lauto emolumento ogni anno. Forse troverete questo mio intervento nel dibattito sull'ambientalismo troppo pratico, poco congruente con le molte (e interessanti) teorizzazioni lette: sono un tecnico, non un filosofo, il mio lavoro è portare davanti a dei giudici delle violazioni in materia ambientale e di gestione del patrimonio culturale. Pure è a quel vostro dibattito che la storia della Pirubi, altrimenti detta autostrada A31-Valdastico, partecipa. Forse anche per ricordare a tutti che è forte la necessità del fare, agire, scontrarsi e difendere con ogni mezzo questa immensa ricchezza che in nome di una modernità e di uno sviluppo che nascondono solo volgari interessi, si vuole dilapidare. ex vicepresidente di Italia Nostra
Liberazione
25 Agosto 2005
"Pirubi", quell'autostrada che non s'ha da fare
GI
Gianluigi Ceruti
Liberazione
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
—
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
L'Espresso · 28 Ago 2003
Chiusi per ferie
la Repubblica · 28 Ago 2003
Arriva la legge sul cinema: vincono i produttori ricchi
la Repubblica · 26 Ago 2003
Sky, 50 milioni di euro all'anno in favore del cinema italiano
il Sole 24 Ore · 26 Ago 2003
Verso una strategia europea
Corriere della Sera · 28 Ago 2003
Censura addio, il film sarà autocertificato dal produttore
la Repubblica · 26 Ago 2003
L'assalto al patrimonio
Il Messaggero · 27 Ago 2003
Dalle tasse alt al collezionismo
Corriere della Sera · 28 Ago 2003
Un pass a pagamento per il centro. La soluzione contro traffico e smog
La Stampa · 29 Ago 2003
Finanziamenti e qualità: al via la riforma Urbani
Corriere della Sera · 29 Ago 2003
Ok alla fine della censura, dubbi sui finanziamenti
Secolo d'Italia · 29 Ago 2003
Dall'Ales il rilancio economico dei beni culturali per creare sviluppo e occupazione in Italia
La Gazzetta del Mezzogiorno · 28 Ago 2003
Economia
l'Unità · 29 Ago 2003
Et voilà, la legge ammazza-cinema
Il Mondo · 5 Set 2003
Scende la parola fine sul cinebusiness della Bnl
il Sole 24 Ore · 30 Ago 2003
Nei film ritornano i marchi commerciali
la Repubblica · 30 Ago 2003
De Laurentiis: è una legge medioevale
il Giornale · 31 Ago 2003
Quando gli amministratori fanno più danni dei terremoti
La Stampa · 2 Set 2003
Nuovi vertici per Cinema, Egizio e Libro
la Repubblica · 1 Set 2003
Beni culturali: meno ostacoli dallo Stato
Il Corriere del Giorno · 1 Set 2003
Arbereshe: patrimonio da difendere. Sono tante le comunità italo-albanesi distribuite in Italia