Ottant'anni per chiedere scusa sono tanti, ma meglio tardi che mai. Si dà il caso, anzi, che il momento giusto sia proprio questo. Ieri a Pisa nel palazzo della Sapienza, appena riaperto dopo un troppo lungo restauro, si sono riuniti i rettori delle università italiane, per una "Cerimonia del ricordo e delle scuse", evento voluto dai tre atenei pisani (l'Università, la Normale e la Scuola Sant'Anna) per offrire un solenne riconoscimento morale ai docenti e studenti scacciati dalle aule universitarie nel 1938 per la sola colpa di essere ebrei. Perché Pisa? Perché fu qui, dalla residenza reale di San Rossore, che Vittorio Emanuele III, da molti anni ostaggio di Mussolini, firmò senza fiatare le infami leggi razziali che avevano, agli occhi obnubilati di Sua Maestà, il vantaggio di allineare l'Italia alla Germania di Hitler. Una volta cacciata l'Italia in quell'abisso, furono allora numerosi, ricordiamolo con perpetua vergogna, quelli che presero a vaneggiare di una presunta razza italiana, sbandierando un orgoglio identitario cinicamente costruito ad arte non per comprendere la nostra storia, ma per escluderne gli italiani di origine ebraica (per non dire della pretesa superiorità su arabi, somali, eritrei, etiopi delle colonie). Furono allora espulsi 448 docenti universitari, 727 insegnanti e funzionari delle accademie, migliaia di professori e maestri di scuola, non meno di 6000 alunni delle scuole medie, qualcosa come 1000 studenti universitari (290 solo a Pisa). Nel cortile della Sapienza i discorsi-chiave sono stati tenuti dal rettore Paolo Mancarella e da Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane. «Troppo facile chiedere scusa oggi, a distanza di tanto tempo», ha rilevato Mancarella; eppure, ha aggiunto, era necessario farlo visto che, incredibilmente, dalla Liberazione in poi non c'è mai stata una pubblica manifestazione di autocritica delle istituzioni italiane, che nel 1938 furono tutte prone ai voleri del regime. Insomma, ha detto Di Segni citando Cesare Segre, l'Italia ha preteso di «uscire dalla vergogna senza il minimo rossore». Altri aspetti degli eventi del 1938 e delle loro conseguenze sono poi al centro di un convegno internazionale che continua in Sapienza domani (oggi hanno parlato Michele Battini, Adriano Prosperi, Gad Lerner). Ma perché questa "Cerimonia del ricordo e delle scuse" è, ottant'anni dopo, così opportuna e tempestiva? Perché negli ultimi mesi si vanno moltiplicando i segnali di un rinascente antisemitismo. Qualche episodio, scelto a caso: nella stessa Pisa, al Teatro Rossi Aperto, sede autogestita di iniziative culturali, sono comparse qualche settimana fa svastiche e scritte di matrice nazista. In una città emiliana, una docente che doveva fare una conferenza su Socrate è stata apostrofata da un ammiratore confesso del führer che la credeva ebrea, e dunque non autorizzata a parlare di Socrate, "filosofo ariano" (così, letteralmente). A Trieste, l'iniziativa di una mostra e di un manifesto che ricordasse le leggi razziali è stata contestata dal Comune, ufficialmente per il timore che «determinati toni e immagini, in questo preciso complesso momento storico, potessero essere utilizzati per infiammare un nuovo scontro sul tema» (così l'assessore alla cultura), giacché il tono del manifesto, a detta del sindaco, sarebbe «esagerato e duro». Ma il manifesto null'altro contiene se non tre sorridenti ragazze ebree di Trieste, sullo sfondo della prima pagina del Piccolo del 3 settembre 1938 che trionfalmente annunciava la "Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei". Sarebbe dunque "esagerato e duro" richiamare nella sua agghiacciante eloquenza un documento storico inoppugnabile? Sinistri scricchiolii, nella tenuta della democrazia in Italia, a cui si accompagnano esplicite minacce neofasciste, come quelle che hanno raggiunto qualche settimana fa l'associazione "Arte in Memoria" e la sua presidente Adachiara Zevi. Sta dunque esplodendo in Italia un nuovo antisemitismo? O non sarà piuttosto che rigurgiti e deliri di tal fatta, sempre in agguato negli angoli bui del Paese, trovano il coraggio di affacciarsi alla ribalta in questi ultimi mesi perché credono di aver trovato un favorevole terreno di coltura nella sfacciata xenofobia del nostro attuale ministro dell'Interno e nella svolta a destra ferocemente identitaria di altri governi europei, come quello ungherese? E' questa la preoccupazione che Adachiara Zevi e alcuni altri (Anna Foa, Annabella Gioia, Gad Lerner e io stesso) hanno espresso al Presidente della Repubblica Mattarella in un incontro al Quirinale il 18 settembre, consegnandogli le 700 firme di solidarietà ad "Arte in memoria" dopo le minacce neonaziste. Anche a Pisa il Capo dello Stato ha voluto essere presente, con una targa e un messaggio che sottolinea l'importanza di questo «doloroso ricordo di una delle pagine più tristi e vergognose della storia italiana». Di segnali come questo, che vengano dalle alte cariche dello Stato, l'Italia ha oggi più che mai bisogno, e c'è solo da sperare che si moltiplichino. È per questo che il ricordo e le scuse di Pisa erano più che opportuni, e che dobbiamo leggerli non come una pietra posta sul passato ma come un vivo, preoccupato monito per il presente e per il futuro. Ricordare quel che è stato per evitare di marciare senza saperlo verso nuovi errori e nuovi orrori. Per non dover chiedere scusa (fra altri ottant'anni?) della nostra indifferenza, dei nostri silenzi, della nostra connivenza, della nostra viltà.
Il Fatto Quotidiano
21 Settembre 2018
PISA - Leggi razziali, per le scuse non è mai troppo tardi
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Salvatore Settis
Il Fatto Quotidiano
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