Chiusa l'inchiesta sulle "patacche" d'autore. Un'inchiesta dai risvolti sorprendenti condotta dai carabinieri correndo per l'Italia. Su e giù per la Penisola alla ricerca di quattromila tra dipinti, litografie e serigrafie: il pezzo forte di un affare colossale giocato riproducendo opere di grandi maestri contemporanei. I più "imitati"? Renato Guttuso, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Giulio Turcato, Andy Wharol. Tutti artisti che hanno segnato l'evoluzione dell'arte moderna. L'industria della " sola" - incredibile ma vero - è stata per anni in grado di "copiare" i maestri, sfornando decine di loro "capolavori". Opere assolutamente inedite e rigorosamente false. Come? Assoldando pittori di discreto talento, senza il becco d'un quattrino e pronti a lavorare in economia, e ingaggiando compiacenti intenditori d'arte capaci di trasformare in "unica" e "preziosa" qualsiasi tela appena (ri)prodotta. r'capolavori", conl'ausilio di tre società di distribuzione, finivano poi nel circuito espositivo di Calabria, Campania, Puglia, Lazio, Lombardia, Veneto, Trentino e Friuli e il gioco era fatto. I quadri venivano comprati da ignari acquirenti a prezzo di mercato. Monetizzando significa: 20.000 euro per un'opera di Wharol; 100.000 per quelle di Baj; 15.000 per le tele di Schifano; 40.000 per un dipinto di Guttuso, solo per fare degli esempi. «Capitano io non ho mai pensato a una cosa del genere!»: Mimmo Rotella s'è lasciato andare a una sofferta esclamazione di disconoscimento quando Raffaele Giovinazzo, l'ufficiale che comanda il Nucleo calabrese di tutela del patrimonio culturale, gli ha mostrato il "pezzo" che aveva appena sequestrato. Identico l'atteggiamento tenuto dalla moglie del celeberrimo Enrico Baj, cui i falsari attribuivano "II generale", un quadro di forte impatto visivo finito tra i dipinti confiscati. "Il generale" stava per essere venduto da un esperto d'arte di Crotone a un ricettatore marchigiano. La donna sapeva dell'operazione - ispirata da un ex gallerista cosentino - e aveva sporto denuncia. Nessuno, invece, aveva mai rivendicato le 200 "firme" originali lasciate dal maestro Renato Guttuso. "Firme" che una delle otto persone ora incriminate, teneva ben custodite in casa contando di costruirci una fortuna. Le "firme" erano destinate a "croste" prodotte in serie in una stamperia clandestina di Milano. I carabinieri del generale Ugo Zottin le hanno consegnate alla Fondazione intitolata al pittore di Bagheria. Il "maestro" - protagonista della corrente del realismo italiano - voleva che fossero utilizzate in un libro di raccolta dei suoi disegni. Libro, però, mai pubblicato. Così, con Guttuso passato a miglior vita, erano finite nelle mani sbagliate. E proprio lo spirito del pittore siciliano - ironia della sorte - sembra aver guidato i passi degli investigatori. Perché è stato dopo il ritrovamento di olii "firmati" dall'artista siciliano, riproducenti scene del "Decamerone" di Giovanni Boccaccio, che è partita l'indagine incrociata delle procure di Crotone e Paola. Un'indagine che ha raggiunto l'acme con il maxi ritrovamento di quattromila "patacche". E che "patacche"! Mai, infatti, Mario Schifano, protagonista della pop art europea, avrebbe immaginato che un olio su tela raffigurante fibre ottiche sarebbe stato commercializzato come una sua creazione e esposto nelle gallerie di mezza Penisola. Né Giulio Turcato, famoso esponente dell'astrattismo, avrebbe mai pensato di vedersi attribuire un dipinto raffigurante "Vele misericordiose". La realtà, a volte, supera la fantasia... d'indagati risultano residenti a Catanzaro, Crotone, Udine, Meffi, Udine, Trento e Osimo. Le accuse contestate? Truffa e violazione del testo unico riguardante la commercializzazione di opere d'arte.