L'Assemblea siciliana si divide Forza Italia e sinistra insieme sull'opportunità delle concessioni contro il blocco delle perforazioni SIRACUSA. Di sicuro c'è solo che si trivella. E si trivella alla ricerca di gas e petrolio. In Sicilia non è una novità. È dai tempi di Enrico Mattei che la parte sud orientale dell'isola è zona privilegiata di caccia di combustibili liquidi e gassosi. E da queste parti, quelle che grosso modo coincidono con la Val di Noto, 750 chilometri quadrati di meraviglie barocche che ricamano decine di paesi tra le province di Catania, Ragusa e Siracusa, il petrolio e il gas schizzano fuori senza neppure affaticare più di tanto le trivelle. Ovvio che l'Eni e le società petrolifere straniere, in primis statunitensi, facciano tutto quello che possono (e possono tanto) per ottenere licenze di scavo in questa parte dell'isola che, insieme alla vai d'Agri, in Lucania, è un serbatoio naturale di greggio. Ecco perché nell'aprile dell'anno scorso, quando l'ex assessore all'Industria della Regione Siciliana, Marina Noè, firmò un "decreto assessoriale" che concedeva ai texani della Panther resources corporation la libertà di andare a caccia di gas e petrolio in tutta la Sicilia, quasi nessuno alzò un sopracciglio in segno di protesta o di diniego. Qualcuno, è vero, si indispettì, tanto che tolse il saluto alla Noè in attesa di studiare meglio le mosse da compiere. Quel qualcuno era l'assessore ai Beni culturali di Alleanza Nazionale, Fabio Granata, siracusano come la Noè, un'imprenditrice che prima di approdare alla Cdu (il partito del presidente Totò Cuffaro) era transitata pure da Alleanza Nazionale. Insomma, al massimo sembrava una bega tra vecchi amici, o ex amici, tanto più che da ragazzino Granata stava sulle ginocchia di Pino Rauti, uno cresciuto a pane, politica e saggi di filosofia, anche se di mestiere fa l'avvocato penalista. Magari radicale e intransigente come sono quelli che da adolescenti sono stati intossicati dall'ideologia, ma almeno uno che ci crede. La Noè, invece, da buona imprenditrice (i cantieri di Augusta di cui è presidente riparano navi gasiere e petroliere) è una donna pragmatica. Poche chiacchiere, insomma. La Sicilia ha sempre concesso le autorizzazioni alla ricerca di petrolio e gas? Risposta affermativa. E perché proprio lei doveva dire no? Il dibattito non si apre nemmeno. Non c'è tempo. In piena estate Totò Cuffaro, col fiato sul collo di Forza Italia, vara un rimpasto di Giunta. Via la Noè, Granata passa dai Beni culturali al Turismo, e sulla poltrona che ha occupato per quattro anni arriva Alessandro Pagano, forzista, militante di Alleanza cattolica ed ex assessore al Bilancio. Granata, che già aveva studiato a fondo la pratica petrolio, che conosce uno per uno i sovrintendenti della Sicilia, che da del tu agli ispettori dell'Unesco e che durante il suo mandato ha conquistato l'ingresso di Pantalica, Eolie, Villa del Casale, Agrigento e Val di Noto nel patrimonio dell'umanità, decide di puntare i piedi. «Che senso ha cercare petrolio in Val di Noto e nelle aree protette dall'Unesco? Noi il petrolio ce l'abbiamo già: il barocco, l'oasi di Vendicali, i fiumi, un'entroterra ancora intatto. Il riconoscimento dell'Unesco ha invertito la rotta: il modello di sviluppo ora è un altro. Un modello da difendere e da preservare tenendo alla larga tutti gli speculatori, compresi i cercatori di petrolio». A chi ribatte che la Sicilia ha ancora gli stessi turisti di Malta (14 milioni) e solo il 5 degli stranieri che arrivano in Italia, Granata risponde con numeri inoppugnabili: «In Sicilia, cinque anni fa, c'erano solo cinque bed breakfast: ora sono 900. E gli agriturismi, nello stesso periodo, sono passati da zero a 500. E potremmo fare molto ma molto di più se la nostra regione si dotasse della più grande infrastruttura di cui ha bisogno: la comunicazione». Finalmente uno che non parla solo di strade e ponti. E più di un manifesto politico. Granata va avanti, e batti e ribatti convince pure il presidente della Regione, Totò Cuffaro. Tra i due c'è un'intesa forte, tanto che a Palazzo d'Orleans si da ormai quasi per scontato un ticket Cuffaro-Granata per le elezioni regionali che si terranno nella prossima primavera. Ma a procedere è pure la Panther, che mentre in Sicilia si litiga intanto trivella e trova un bel giacimento di gas in un vecchio pozzo ragusano dismesso dall'Eni. Eni, che da parte sua, in forza di una concessione precedente, ha scovato in un frazione di Ragusa un giacimento di greggio da 400mila tonnellate l'anno con reciproca soddisfazione del sindaco della città iblea, Tonino Solarino (Margherita) e del gigante petrolifero nazionale. Spiega Solarino: «La battaglia di Granata non la capisco. O forse la capirei solo se facessi trivellare l'Eni o chi per essa nel cuore barocco di Ibla. Ma il pozzo è nella zona industriale della città, con una condotta sottotraccia che porta il greggio lontano. Forse qualcuno confonde il pozzo di petrolio con una raffineria, questa sì ad altissimo impatto ambientale. Dalle royalties del pozzo dell'Eni (il 7, di cui due terzi ai Comuni e un terzo alla Regione, ndr) noi prevediamo di ricavare 1,3 milioni di euro l'anno. Entrate grazie alle quali Ragusa ha la più bassa fiscalità, ici compresa, d'Italia». Quelle di Solarino sono motivazioni che non convincono Granata e neppure tanti sindaci del Val di Noto. Tanto che l'omologo modicano di Solarino prende carta e panna per dire all'universo mondo che lui nella magnifica capitale della omonima Contea punteggiata da chiese barocche e profumata di cioccolato, le trivelle e i pozzi vuoi vederli solo sui libri di storia. E poi ci sono i siracusani cresciuti inalando i veleni di cinque raffinerie del triangolo Melilli-Priolo-Augusta, gli stessi che appena sentono la parola petrolio invece di pensare ai petrodollari e agli sceicchi si premono d'istinto un fazzoletto sul naso e sulla bocca. Un riflesso condizionato, con il corollario di tumori e rischi teratogeni per i nuovi nati che in questa parte della Sicilia, confermano tutte le ricerche epidemiologiche, sono più alti che altrove. Forte di queste solidarietà e delle sue convinzioni, alla fine del 2004 l'ex pupillo di Rauti sospende la concessione della Panther nella Val di Noto. Da allora, e sono passati otto mesi, è stata una guerra senza esclusione di colpi che ha decretato la fine di amicizie, voltafaccia, alleanze traversali tra esponenti politici di forze avverse. Pure gli industriali di Siracusa, da sempre in sintonia con Granata (sono stati loro, in tempi non sospetti, a scommettere sul rilancio turistico di Ortigia, finanziando il busines pian che in dieci anni ha ridato vita e affari all'isola siracusana) prendono le distanze dal loro concittadino. «Ci vorrebbe un approccio meno radicale. E soprattutto si dovrebbe quantificare l'impatto ambientale dei pozzi e il ritorno in termini economici per il territorio. Secondo noi toccherebbe alla Regione studiare entrambi gli aspetti e poi tirare le conclusioni», dicono. Fratture, divisioni e frizioni che spingono Cuffaro e Granata a portare al voto, il giorno prima della chiusura agostana dell'assemblea regionale, un emendamento che avrebbe dovuto vietare la perforazione da parte di chicchessia nei siti protetti dall'Unesco. Prima del voto, nove deputati di Forza Italia (in Sicilia, strano a dirsi, si chiamano così) chiedono il voto segreto. Il risultato? Uno dei pateracchi cui il parlamentino siciliano ci ha abituati. Si saldano la sinistra e Forza Italia, e la maggioranza va sotto. Granata è su tutte le furie: «È la rivincita dei poteri forti e occulti», dice. Pure Pagano, l'assessore ai Beni culturali, che sul tema avrebbe dovuto almeno coltivare il seme del dubbio, si schiera senza esitazione contro il suo predecessore. Ora tutti giurano vendetta. Ma di vendette politiche la Sicilia non ha bisogno. Di un dibattito schietto sul modello di sviluppo che l'isola vuole adottare, se sarà capace di farlo in modo serio e trasparente, invece sì. La mappa dei permessi. Sono 13 le concessioni per idrocarburi concesse dalla Regione Siciliana alle aziende di estrazione. Sei sono state aggiudicate dalla Sarcis, controllata al 90 dalla Regione. Cinque sono della Enimed, mentre Edison e Irminio ne hanno ottenuta una ciascuno. I 10 permessi di ricerca si sono invece ridotti recentemente a sei per la rinuncia di Mobil Oil Italiana, Shell Italia e Sarcis a quattro permessi