Due milioni e mezzo di visitatori in un anno. Il nuovo «Modern» mantiene le promesse LA PRIMA cosa che ti lascia senza fiato è la luce. Gira dappertutto, come un serpente luminoso, lungo i sei piani del Museum of Modern Art, il MoMa, semplicemente «Modern» per gli abitanti della Grande Mela che oggi corrono qui, come al parco o al luna park, perché è venerdì e l'ingresso nel tempio dell'arte moderna e contemporanea è gratuito. La luce filtra leggera, accarezza le opere e le abbandona alla loro essenzialità. Il vero miracolo della gigantesca ristrutturazione firmata dal giapponese Yoshio Taniguchi è la compostezza degli spazi che in una superficie di 65.000 metri quadrati non sono mai soffocati dal narcisismo dell'architetto di fama. «Se raccoglierete molti soldi, vi darò una buona architettura, ma se ne raccoglierete ancora di più, la farò sparire» aveva promesso Taniguchi dopo avere vinto il concorso per i lavori di ampliamento. E ha mantenuto l'impegno: il MoMa è un museo su misura per godersi l'emozione di una sequenza di capolavori, tutti (o quasi) giusti al posto giusto. Non puoi distrarti, ma solo abbandonarti al palpabile piacere dell'arte. Da quando ha riaperto i battenti, novembre 2004, il MoMa stacca costosi biglietti (20 dollari) al ritmo di 250.000 ingressi al mese, e per la fine dell'anno probabilmente supererà l'obiettivo di 2 milioni e 500mila presenze, un numero che molti consideravano velleitario nella New York dei tanti luoghi magici, nella metropoli ferita dove, secondo i sondaggi della stampa americana, il 76 per cento dei cittadini è ancora convinto che molto presto ci sarà un nuovo attacco del terrorismo islamico. Il miracolo ha la sua spiegazione proprio nel fatto che il «Modern» è stato riconosciuto, in poco tempo, come l'epicentro di una rivincita della modernità sull'oscurantismo della violenza, il punto d'incontro di una comunità che non rinuncia ad affermare il suo primato cosmopolita. Certo, contano innanzitutto gli autori e le opere: Vincent Van Gogh («La notte stellata»), Paul Cèzanne («Il bagnante»), Marc Chagall («Io e il villaggio»), Henri Matisse («Danza»), Marcel Duchamp («Ruota di bicicletta»), Jackson Pollock («La lupa»), Jasper Johns («Bandiera»), Roy Lichtenstein («Ragazza con la palla»), Andy Warhol («Marilyn Monroe d'oro»), Pablo Picasso («Les Demoiselles d'Avignon»). Una sequenza di 3.200 capolavori che scolpiscono l'alfa e l'omega nel Novecento, tracciano la linea virtuosa del terzo millennio e ricostruiscono quelle gerarchie artistiche che il mercato non sempre, o mai, riconosce nella sua febbre speculativa. Poi pesano gli spazi, e non solo quelli destinati alla pittura, alla scultura, all'architettura, al design e alla fotografia. Il Giardino delle Sculture è un piccolo salotto all'aria aperta, un rettangolo di verde nel cuore della Manhattan dei grattacieli: se chiudi gli occhi, li senti alle spalle con il fruscio dei loro ininterrotti rumori newyorkesi. Il ristorante «The Modern» è di tendenza, e se non hai la prenotazione resti in fila, con il naso appiccicato ai vetri. Le tre sale cinematografiche sono diventate la versione contemporanea del cinema d'essai, frequentate da Martin Scorsese e Woody Allen, e quel tremolio della metropolitana, durante la proiezione, è considerato un tuffo nelle atmosfere degli anni Cinquanta. Quindi nessuno si è mai sognato di eliminarlo. Ma il MoMa, ripensato dopo due anni e mezzo di lavori di ristrutturazione, è soprattutto un monumento alla grandeur americana, qualcosa che per noi europei diventa difficile, fastidioso, riconoscere. Le sale con le collezioni più importanti non hanno un ordine cronologico, non propongono né una classificazione per scuole d'autore o, come nel caso sciagurato della Tate Modern di Londra, per tematiche: semplicemente incastrano in una sequenza da aule scolastiche i nomi dei donatori delle opere. È come se i fantasmi di questa genealogia della ricchezza fossero qui a sfidarsi, l'uno contro l'altro armati con le munizioni dell'arte, nella competizione della magnificenza. Rockefeller, Loeb, Lauder, Bodenmann, Niarchos... Nomi in stampatello, icone di potenze familiari economiche e finanziarie che si sono sempre poste il problema di lasciare una traccia, di non scomparire risucchiate dalla volatilità del denaro. Le radici di una tradizione di miliardari medicei coprono tutta la storia del museo, ne fanno parte come le opere. Da Lillie Bliss che nel 1930 donò una raccolta di 116 dipinti, da Cézanne a Gauguin, a David Rockefeller che in novant'anni di vita ha staccato assegni per il MoMa per 200 milioni di dollari e oggi è solo il presidente emerito, a vita, del Trustees del museo. La lussuosa essenzialità di Taniguchi è stata pagata a peso d'oro, perché è costata 858 milioni di dollari tondi tondi. Di questa montagna di denaro soltanto 65 milioni di dollari sono arrivati dalla pubblica amministrazione e 300 rappresentano un prestito organizzato dalla banca d'affari Goldam Sachs: il resto sono donazioni private, con una media per singolo sottoscrittore di 7 milioni di dollari. Oggi anche un semplice cittadino con 75 dollari l'anno può diventare socio del museo: con la quota d'iscrizione paga il diritto a visitare qualsiasi mostra e a vedere qualsiasi film senza mai fare la coda. E si arruola nell'esercito dei custodi del tempio, anche lui particella di quel primato culturale che nessun terrorista riuscirà mai a spegnere.