La paura per Roma arriva dal Tirreno, in evoluzione e ricco di faglie. Uno studio di due geologi classifica le aree della Capitale in base alla consistenza del territorio: alluvionale (passibile di danni in caso di sisma) e vulcanico (più sicuro) Monumenti a rischio? Lungo il Tevere. Poggiano su un terreno particolarmente "debole" in caso di terremoto Dopo la paura per la scossa di terremoto di lunedì, Roma si interroga sulla solidità del terreno su cui poggia il suo immenso patrimonio di monumenti. Uno studio di due geologi ha rilevato che quelli più a rischio, in caso di terremoto, sono nella vasta fascia riconducibile al percorso del Tevere. Un esempio è la colonna Antonina, di fronte a Palazzo Chigi, che ieri è stata oggetto di una ispezione per accertare che non vi fossero problemi. E mentre sul litorale si contano i danni (l'epicento del sisma di magnitudo 4,5 era ad Anzio) e si ripetono i sopralluoghi dei tecnici (in totale sono stati circa duecento) gli esperti ragionano anche sulla natura della scossa che ha tanto spaventato Roma e la sua provincia. Il professor Renato Funiciello ricorda che nel Tirreno esiste una serie di faglie trasversali che dal mare trasferiscono le scosse sismiche verso la terra. E' quanto, di fatto, è successo lunedì. «E i terremoti che nascono in mare dalle nostre parti in genere non sono particolarmente pericolosi», spiega il professor Funiciello. I monumenti di Roma sono a rischio terremoti, ma non tutti. Bastano poche centinaia di metri di distanza perché un qualsiasi tesoro dell'immenso patrimonio della Città eterna possa godere di una relativa tranquillità, o sia esposto ai danni causati, nei secoli, dalle diverse scosse sismiche che hanno colpito la Capitale. Il fenomeno, secondo i docenti universitari di geologia Renato Funiciello e Antonio Rovelli, è causato della diversa consistenza del territorio cittadino, diviso tra depositi alluvionali (più esposti alla forza dei fenomeni tellurici) e depositi vulcanici o sedimentari (più antichi e consolidati, e quindi più sicuri). I primi, sostanzialmente, sono stati formati dai cicli alluvionali del Tevere e dei suoi affluenti: infatti si ritrovano soprattutto nell'area intorno al fiume, e in particolare nella parte bassa del centro storico. Ma anche in corrispondenza dei percorsi in cui scorrono (o scorrevano) canali sotterranei. La parte sud del Colosseo, la più conservata, sorge infatti su un fosso che si snodava lungo l'attuale via Labicana per poi confluire sul Tevere, mentre la metà settentrionale poggia su depositi sedimentari continentali. Basta allontanarsi di poco, sui colli del Celio e dell'Esquilino, per trovare situazioni molto migliori per la conservazione degli edifici storici. Ma l'Anfiteatro Flavio non è l'unico esempio evidente della diversa "fortuna storica" dei monumenti. Basti pensare alla colonna di Marco Aurelio (o Antonina), situata di fronte a Palazzo Chigi, e a quella di Traiano, nel Foro omoninimo, che tra loro distano appena 700 metri. Entrambe sono state realizzate nel II secolo dopo Cristo, con gli stessi materiali, e pesano circa mille tonnellate. Eppure, nel corso della storia, hanno risposto diversamente agli stessi eventi sismici. La colonna di Traiano è praticamente intatta, mentre quella di Marco Aurelio, nonostante radicali interventi di restauro eseguiti nel corso degli anni, presenta ancora una rotazione di circa 10 centimetri tra il nono e il decimo rocchio, resa ancor più evidente dalla deformazione delle figure in altorilievo. La rotazione della colonna, secondo diversi studiosi, è dovuta al forte terremoto del 1349, con epicentro tra Cassino e Isernia, che colpì duramente Roma. Per questo la Soprintendenza, subito dopo il sisma di lunedì, ha verificato le superfici del monumento, utilizzando anche la scala interna della colonna, per accertare che non ci fossero scollature e che le nuove stuccature, fatte nell'ultimo restauro del 1988, fossero ancora in sede. Un esempio di lungimiranza architettonica, in questo senso, è dato dalla basilica di San Pietro. Dopo il ritorno a Roma della sede papale, da Avignone, il Bramante realizzò la nuova struttura, su incarico di Giulio II, poggiandola interamente sulle solide rocce del colle Vaticano e allontanandola dal bordo naturale del rilievo, dove comincia il terreno alluvionale. Secondo uno studio realizzato da Funiciello e Rovelli, il terremoto del Fucino del 1915 - che nella Capitale raggiunse il settimo grado della scala Mercalli - provocò i danni maggiori, in almeno 300 punti diversi, proprio nella valle alluvionale del Tevere: in particolare nell'ansa barocca del centro storico e, sorprendentemente, nel quartiere Prati, allora nuovo di zecca. Le stesse zone in cui, secondo un'indagine dell'Istituto nazionale di Geofìsica, si sono riscontrati piccoli danneggiamenti agli edifici in occasione delle scosse del 26 settembre e del 14 ottobre 1997 e del 26 marzo 1998, che hanno raggiunto punte del quinto grado Mercalli. La causa del diverso impatto dei terremoti, spiegano i due geologi, è dovuta all'amplificazione subita dalle onde sismiche quando passano da terreni più consolidati (e quindi più rigidi) a quelli di origine alluvionale.