Si riapre il caso per i 5 secoli dalla morte del genio: perché Milano è indifferente? Esiliato a San Siro, lontano dal Castello, isolato nell'ippodromo. Povero Cavallo. Leonardo voleva farne un simbolo, ma a Milano il colosso di sette metri e venti di altezza, lungo otto e 15 tonnellate di peso, si fatica a trovarlo. Regalato da un magnate statunitense, doveva essere segno di amicizia tra Italia e America. Una lettera al sindaco Sala dal comitato per il Gran Cavallo riapre il caso. Povero Cavallo. Esiliato a San Siro, lontano dal Castello, isolato nell'ippodromo, dimenticato tra le corse e lo stadio. Leonardo voleva farne un simbolo, ma a Milano oggi soffre di solitudine. «Portatelo via da qui o dategli la giusta valorizzazione, così il Comune offende e delude i donatori americani», scrive in una lettera al sindaco Giuseppe Sala il portavoce del comitato per il Gran Cavallo, Carlo Orlandini. Doveva essere il segno di un'amicizia tra Italia e America, il regalo a Milano per l'arte e la bellezza che Leonardo ha dato al mondo. È rimasto un monumento «abbandonato in un triste scenario, lontano dallo sguardo dei turisti e dei milanesi», secondo Peter Dent, nipote del magnate statunitense che l'ha voluto e ha finanziato il progetto ultimato poi da una Fondazione ad hoc: costo finale sei milioni dollari, all'epoca undici miliardi di lire. Il Cavallo è un colosso di sette metri e venti, otto metri di lunghezza, 15 tonnellate di peso. Per vederlo bisogna trovarlo, e trovarlo non è facile. Di qui la delusione e l'amarezza per un dono sciupato, come ripeteva qualche anno fa Carlo Pedretti, lo studioso di Leonardo più accreditato al mondo. Lui suggeriva di posizionarlo all'esterno del Castello, dove era stato immaginato dall'autore. Ma di spostarlo ora non se ne parla. Solo nel 2007 sembrava possibile, con Vittorio Sgarbi assessore e la sindaca Letizia Moratti. Soluzione di compromesso: fuori dal Castello, nel parco attiguo. Il siluramento dell'assessore e le proteste del comitato di quartiere bloccarono tutto. L'obiezione dei cittadini era legittima. Sostenevano: perché ci volete togliere l'unica cosa bella piovuta qui, lasciandoci in un deserto urbano? Nella periferia dove la cronaca è quasi sempre nera, il Cavallo e Leonardo sono un segnale di speranza. A questo pensava anche l'assessore alla Cultura Salvatore Carrubba, che vent'anni fa aveva accolto la delegazione americana con il sindaco, Gabriele Albertini. Frase convincente: «La ripresa culturale di Milano riparte anche dalle periferie». Ma per qualcuno con la puzza sotto il naso il regalo alla città era solo «un'americanata». E dove può finire un ingombrante Cavallo? All'ippodromo, of course . Prima che una bella statua, questa è una bella storia. È la storia di Charles Dent, comandante della United Airlines, uno che ha passato diciassette anni a studiare le carte e i disegni del genio di Vinci e si è svenato per ricostruire quel che i soldati francesi avevano distrutto nel 1499 a Milano nell'assedio al Castello Sforzesco: il modello in creta di una statua equestre in onore di Francesco Sforza, fondatore della casata che dominava Milano. È anche la storia di un monumento con il quale Leonardo voleva oscurare ogni precedente scultura equestre, quelle del maestro Verrocchio e del grande Donatello, dedicate a Colleoni e Gattamelata, uno a Venezia e l'altro a Padova. Misure doppie, da grandeur, per il suo cavallo ideale, in bronzo. Nel 1493, dopo centinaia di schizzi, disegni, studi su muscoli e anatomia, Leonardo è pronto con il modello. Per la fusione a cera persa, servono cento tonnellate di bronzo che il duca di Milano è pronto a pagare ai Gonzaga, agli Estensi e ai maestri fiorentini. Ma con le guerre in atto, il bronzo serve per i cannoni e il Cavallo deve attendere fino al 1499. Quando la fusione sta per avere inizio, un altro intoppo. È l'ora dei francesi e del loro assalto. Il Cavallone diventa un tirassegno per le frecce incendiarie: brucia e crolla, insieme al ducato di Milano. In America c'è chi ama l'Italia, a volte più di noi. Così Charles Dent si svena per ricostruire i bozzetti e nella ricerca dei pochi disegni superstiti. Impegna qualche miliardo, ma deve cercarne altri per finire l'opera con la scultrice Nina Akamu. Purtroppo non ce la fa ad arrivare fino in fondo. Muore nel 1994, passando il testimone alla famiglia Maijer, mecenati e proprietari di una catena di grande distribuzione americana. È l'ultimo atto. Dopo vent'anni di fatica la fusione riesce: vengono realizzati tre cavalli, due gemelli e un terzo in scala ridotta, da donare alla città di Vinci. C'è tutto per l'happy end. Milano accoglie il Cavallo e la delegazione americana nel 1999. Grande festa, palloncini e bandiere. Il valore del dono è simbolico. Milano capitale dell'arte e della cultura. Milano amica dell'America. Milano che insegue il Rinascimento. Milano che rilancia le periferie con Leonardo. La lettera del primo agosto 2018 è un brusco richiamo allo stato dei fatti: il Cavallo non è stato valorizzato, «le inadempienze del Comune amareggiano i donatori americani». E sulle periferie il Gran Cavallo non ha lasciato un segno. Torna l'ipotesi del Castello con l'alternativa della Stazione Centrale. Non è un ultimatum, ma una richiesta di trattativa per fare di meglio, precisa Orlandini. Tanto più che i francesi hanno mostrato interesse al Cavallo per i festeggiamenti del 2019 a Leonardo, morto nel 1519 a Saint- Germain-en-Laye e sepolto ad Amboise. La solitudine del cavallo rischia di diventare un caso diplomatico, tra Sala, Macron e Trump.