VENEZIA. «Era il nostro Spielplatz (parco-giochi), lì potevamo giocare in tranquillità. Da adulto, presa la via del mare, quando tornavo a Venezia passavo sempre di lì. Per me era un rifugio, la casa dei miei ricordi». È una storia d'amore lunga una vita quella che unisce Aldo Izzo al cimitero ebraico del Lido, di cui è custode e memoria. «Prima del restauro degli anni Novanta, la parte antica del cimitero era diventata una selva impenetrabile», racconta Izzo. La vegetazione aveva preso il sopravvento su un luogo centrale della memoria ebraica a Venezia e su lapidi che appartengono a personalità storiche, come il rabbino Leone da Modena o la poetessa Sara Copio Sullam, che nel '600 diede vita ad un salotto letterario nel Ghetto. «Prima di entrare, bisogna guardare l'ingresso del cimitero antico dalla laguna: lo sguardo deve abbracciare la scuola elementare e poi correre fino ai muraglioni di San Nicolò per cogliere la massima estensione di questo luogo di cui oggi rimane solo un piccolo lembo di terra» spiega Aldo. I suoi 88 anni scompaiono quando, con l'agilità di un ragazzino, fa da guida tra le lapidi. Le conosce una ad una. Prima tappa, l'obelisco centrale, eretto insieme al cancello in stile Liberty a fine Ottocento, quando il Lido cominciava a diventare meta turistica: vi si legge «25 settembre 1386. Casa dei viventi» a ricordare l'origine di uno dei cimiteri ebraici più antichi d'Europa. «Sono tante le storie custodite da queste pietre. Le tombe non erano disposte come appaiono oggi». Il cimitero fu più volte occupato dai militari «con i sepolcri sconquassati per far posto ad accampamenti e fortini», spiega Aldo e più volte abbandonato, l'ultima nel 1938, con le leggi razziali fasciste. Ed è in questi anni che la sua storia incrocia quella di Izzo. «Sono nato nel 1930. Mio padre insegnava Inglese al Sarpi ed era un antifascista convinto: cresciuto con il mito della democrazia inglese, non riusciva proprio a farsi andare giù il ducione . A Venezia lo conoscevano tutti: per questo il regime aveva pensato di liberarsene offrendogli un posto da lettore a Copenaghen». Aldo rimase tre anni in Danimarca con la famiglia. «Un anno dopo l'emanazione delle leggi razziali, i Fascisti ci richiamarono, perché figli di "matrimonio misto", mia madre infatti era ebrea. Non c'era un bel clima al Lido e io, con i miei vestiti danesi, sembravo venuto da un altro pianeta. E guai ad essere un po' diversi». Con il fratello Alberto, era solito giocare nel cimitero per sfuggire ai tiri dei compagni: «Noi lo chiamavamo in danese la jungla, perché era un luogo selvaggio dove sentirci liberi. Il custode mandava via chiunque non gli andasse a genio e ci lasciava giocare. Venivamo qui con una giovane poetessa, Giovanna Bemporad, scoperta da mio padre: cacciata da scuola in quanto ebrea passava le sue notti a tradurre Omero», racconta. «Dopo l'armistizio del 1943, siamo rimasti nascosti per quasi un anno nella casa della segretaria del Sarpi, Lola Ferrarese: viveva con la sorella e dovevamo stare attenti a non fare rumore per non insospettire i vicini: il Fascio dava 5000 lire per ogni ebreo scoperto. Con la mia famiglia avevamo assistito terrorizzati al saccheggio della casa di Vittorio Fano. Ancora oggi quando suona il campanello a volte ho paura». Finita la guerra Aldo ha scelto la via del mare, a 27 anni era a capo di navi mercantili ma, con ironia, si definisce: «Un pirata mercenario in una famiglia tutta di accademici». Poi la pensione, il ritorno al Lido «come quei pesci che vagano per i vasti mari e alla fine tornano a morire dove il loro uovo si era dischiuso» l'iscrizione alla comunità ebraica e il suo riaffacciarsi a quel luogo dell'anima. «Quando sono iniziati i lavori di restauro della parte antica io ero sempre qui. Le lapidi erano coperte da edere, alberi morti e tutto intorno una selva di canne palustri che rendevano l'ambiente inaccessibile», racconta Aldo. Di quella «accozzaglia di lapidi» conosce ogni dettaglio: «Vedi questa tomba con tanto di elmo, piume, putti e il leone rampante di Castiglia? Appartiene a un mercante sefardita: gli ebrei cacciati dalla Spagna alla fine del '400 portarono con sé l'uso di decorare le tombe, prima spoglie ed austere. Una rivoluzione che conquistò gli ebrei veneziani e che testimonia il sincretismo culturale di questo luogo». Grandi autori lo hanno attraversato e reinterpretato nelle loro pagine: da Goethe a Byron, da Shelley fino a Bassani. «L'Ottocento ha subito il fascino di questo antico cimitero abbandonato, incarnava lo spirito romantico» dice Izzo, recitando a memoria i passi dell'Edmenegarda di Prati, racconto di un amore infedele consumato nel cimitero. A proposito di amori: «Dico sempre che ho avuto quattro figli: Carlo, Lia, Sara e il lapidario che ho creato da solo recuperando le 139 lapidi antiche ritrovate nell'orto del custode. Ci sono voluti dieci anni dal 1993 al 2003 per avere i fondi per restaurarle e collocarle nel cimitero Nuovo. Una pagina d'arte e di storia salvata dall'oblio» sorride «l'angelo custode» del cimitero ebraico.