Un "virus" - la storia dell'arte contratto al tempo del liceo. Una passione favorita dall'essere "isolana" della Capri che ha attirato artisti da sempre. E tanto viaggiare. «Non su lunghe distanze, ma in una giornata sono arrivata ad andare in due diverse città abruzzesi e da lì a Roma, poi a Napoli e infine a Capri». Una soprintendente - ora si dice direttrice - in moto perpetuo. Il vero nome di Luciana Arbace è Lucia, ed è così che la conoscono, la chiamano e la amano gli abruzzesi dove dirige il Polo museale regionale. A Napoli e nella sua Capri, per i vecchi amici con i quali ama giocare a burraco e a scopone (di cui è campionessa) e i colleghi di un tempo, resta Luciana. Quasi fosse un'altra persona da quella che lavorava nella Reggia di Capodimonte. «Sono stata battezzata con il nome della mia nonna paterna Lucia Orsi, precocemente scomparsa dopo 13 gravidanze. Ma a mia madre questo nome non piaceva. Ho scoperto di chiamarmi Lucia quando sono andata a scuola. L'arte me la fece amare Teodoro Fittipaldi, un mio insegnante del liceo classico Virgilio Marone che aveva sede nella Certosa di Capri. Lo ritrovai poi da funzionaria della soprintendenza di Napoli come direttore del Museo di San Martino». Quale periodo dell'arte la folgorò? «Durante una gita scolastica a Ravenna, mi innamorai dei mosaici. Mi sono laureata all'Orientale con Francesco Abate, l'ultimo allievo di Roberto Longhi, con una tesi su La fabbrica chiaiese, la maiolica nel Regno di Napoli nel '700». Ovvero il pavimento della chiesa di San Michele ad Anacapri, quella meraviglia di paradiso terrestre grandezza naturale con tutti gli animali? «Il progetto non era, come si pensava, di Solimena ma di un artista locale. Poco dopo mi aprì le porte la soprintendenza di Napoli guidata dal grande Raffaello Causa». La sua prima mostra? «La commissionò lui a me e ad altri colleghi: "L'immagine di Capri" si inaugurò alla Certosa nel 1980 e fu visitata con mia grande soddisfazione anche da Roberto Pane, grande studioso di architettura e di Napoli». Pochi mesi dopo arrivò il terremoto dell'Irpinia. «Fu la prima esperienza tra le macerie». Lei ha fatto parte anche del gruppo che curò la celebre mostra "Civiltà del Seicento". «Nell'ottobre 1984 Raffaello Causa morì, avemmo un senso di grande solitudine. Mi dedicai allo studio delle maioliche». Lei ha curato la tutela del patrimonio sul territorio in luoghi delicati, come per esempio le chiese. Qual è stato il lavoro più interessante? «La direzione del restauro del pavimento maiolicato di San Giovanni a Carbonara». La tutela del patrimonio si fa anche sui monumenti per strada. E qui non sempre la cittadinanza è d'accordo con le decisioni del tecnico, vero? «Invece io, che nel 2002 sono passata a Palazzo Reale, ho lavorato a un progetto che mi ha molto gratificato: i lavori di restyling di una guglia in piperno a Materdei dove risistemammo la statua di una Madonna che ho attribuito a Domenico Gagini. L'originale è nel Museo di Castelnuovo, lì abbiamo messo una copia perché la statua era in pessime condizioni prima del restauro. La popolazione festeggiò il suo ritorno. Fui molto attenta a non metterci vasche o dissuasori, ma soprattutto piante e panchine. Apprezzarono». Storici dell'arte che stima, dai quali ha appreso e di cui è amica? « Giovanni Previtali, Federico Zeri, Giuliano Briganti, Enrico Castelnuovo tutti purtroppo scomparsi.Con Alvar Gonzales Palacios c'è un rapporto di reciproca stima dal 1978». Come è diventata direttrice? «Il lavoro molto formativo con il soprintendente Enrico Guglielmo a Palazzo Reale mi spinse a partecipare al concorso per dirigente nel 2006: risultai tra gli undici vincitori». Destinazione? «La Sardegna, una nuova avventura: l'isola della Maddalena doveva ospitare il G8 e mi sono ritrovata anche direttrice della casa di Garibaldi a Caprera». Quanto è rimasta? «Un anno e qualche mese. La soprintendenza era stata appena istituita. Ricordo il clima non sempre felice delle riunioni sindacali, le difficoltà a tenere aperta la casa dell'Eroe dei due mondi con pochissimo personale». Quale fu la soluzione? «Venti ex dipendenti della Nato che si era trasferita dalla Maddalena furono assegnati alla Casa di Garibaldi. Da isolana io in Sardegna ho lasciato un pezzettino di cuore. Conservo ancora amicizie preziose come quella con Chiara Vigo, che con il bisso - il filamento delle cozze - fa ricami stupendi e corde per strumenti musicali». Lei divenne soprintendente all'Aquila cinque mesi dopo il terremoto del 2009. Come andò? «Il primo inverno fu davvero duro, a un certo punto pensai di andarmene. L'Aquila non era terremotata, era bombardata. Mi dedicai al rilancio della casa di D'Annunzio a Pescara, l'unico museo che avevo trovato aperto. All'Aquila curai poi importanti restauri, come quello del soffitto della basilica di San Bernardino». Diceva prima, il viaggio. Che cosa le suggerisce? «Ho sempre amato viaggiare, l'ho ereditato da mio nonno che si occupava dei rifornimenti delle grandi navi che facevano rotta per il Nord America. Mi piace il tempo del viaggio verso l'Abruzzo: il senso dello spazio, i paesi che appaiono e scompaiono, si percepisce la grandezza della natura, come nei quadri di Filippo Palizzi, di cui sto preparando una grande mostra a Danzica nel 2019. Dopo farà tappa a Sulmona». E dopo aver curato l'arte "altrui", come è il rapporto con Napoli città d'arte? «È sempre un grande amore. Anche se mi dispiace vedere la città ormai occupata da una frequentazione turistica troppo superficiale. È bello vedere tanta gente, ma sarebbe ancora più piacevole e positivo sapere che queste persone riescono a cogliere l'essenza vera di Napoli». Quale luogo consiglierebbe a un turista? «Il Museo di San Martino e Castel Sant'Elmo per capire da una parte la storia della città e dall'altro la bellezza della forma urbis che si abbraccia dalla Loggia del Priore di San Martino». Ci racconti un suo progetto e una preoccupazione sulla tutela dei beni d'arte napoletani. «Auspicherei una rete che colleghi Napoli alle esperienze culturali di tutto il Sud le quali rappresentano semi che possono produrre un eccezionale raccolto. C'è tanta voglia di riscatto in giro ma occorre favorire processi verso un'occupazione stabile e qualificata professionalmente. Il mio sogno è ricalcare le orme di Raffaello Causa che garantì lavoro a oltre 150 giovani. Ne vorrei altrettanti all' opera nei musei d' Abruzzo. A Napoli in questo momento mi preoccupano le condizioni dell'Arco di Castenuovo. Ogni volta che ci passo davanti vedo che stanno proliferando le piante infestanti, dopo la manutenzione e le indagini del 2003».
la Repubblica
24 Agosto 2018
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Napoli. Luciana Arbace: "Con San Martino nel cuore"
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Stella Cervasio
la Repubblica
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