Quel laghetto artificiale assomigliava un po' troppo a una piscina. Per questo il Comune ha bloccato i lavori e ora il Tar gli ha dato ragione, respingendo il ricorso del notaio Francesco D'Ambrosi, già presidente del Tennis Club Prato. Questa la conclusione di una querelle tra il noto professionista e l'amministrazione comunale che si trascinava dall'autunno del 2016, quando il notaio dette il via ai lavori accanto alla sua villa del Quercetino, lungo via di Canneto. Il progetto prevedeva la realizzazione di un laghetto artificiale che, nelle intenzioni del proprietario, si sarebbe mimetizzato col paesaggio circostante, grazie a un fondale di colore scuro e al mancato utilizzo di agenti chimici disciolti nell'acqua. Diametralmente opposto il parere della Commissione per il paesaggio, secondo la quale «l'intervento proposto contrasta con i caratteri propri delle sistemazioni agrarie tradizionali del luogo, alterandone in modo esiziale la confermazione con opere di eccessivo impatto». Il parere è stato comunicato ai proprietari della villa il 9 novembre 2016 e ha comportato lo stop ai lavori. Di qui il ricorso al Tribunale amministrativo, che ha deciso la questione anche sulla base delle memorie presentate dalle due parti. Quella dell'avvocato Mauro Giovannelli, per conto del notaio D'Ambrosi, ha sostenuto che il laghetto non poteva essere considerato alla stregua di una piscina ma semmai più simile a un invaso naturale agricolo da realizzare su una porzione di terreno un po' più a monte per salvaguardare un sottostante giardino all'italiana (la villa del Quercetino occupa una superficie complessiva di circa 2.000 metri quadri). Il notaio si è lamentato anche della presunta disparità di trattamento riservata dal Comune a lui «rispetto ad altre opere similari realizzate presso altre abitazioni ubicate nel medesimo contesto collinare-agricolo». Perché loro sì e io no? si è chiesto il notaio. Secondo i giudici del Tar, invece, il laghetto balneabile era fin troppo simile a una piscina (per la quale il proprietario non aveva chiesto l'autorizzazione). «È indiscutibile - si legge nella sentenza - che il laghetto balneabile sia stato ideato dai ricorrenti per assolvere all'identica funzione di una piscina posta a servizio della residenza, come si ricava dal progetto, che contempla la creazione di un'adiacente area relax attrezzata con lettini e divani, oltre che di un locale tecnico interrato per ospitare il sistema di trattamento delle acque», che comunque sarebbero poi state trattate col cloro. Il Tar lascia aperto uno spiraglio. Dice infatti che le piscine, a certe condizioni, si possono realizzare, e che la Commissione per il paesaggio avrebbe dovuto indicare al privato gli accorgimenti per rendere l'opera compatibile con il contesto in cui si colloca, cosa che non ha fatto. Dice anche che, nel caso il progetto dovesse essere ripresentato, bisognerà anche farsi carico della disparità di trattamento denunciata dai ricorrenti su eventuali permessi rilasciati nella stessa zona per opere simili.