«Quando eravamo bambini e facevamo di nascosto delle feste, tutti rimanevamo stupiti dalla nostra casa, perché, ad esempio, trovavamo per terra le fascine di legno di Merz e ci chiedevamo che cosa fossero, se magari servissero per il camino Erano in pochi a conoscere l'Arte Povera e soprattutto non capitava spesso di trovare opere del genere nel salotto di una casa. La mamma era stata una delle prime a scoprirla. Era sicuramente una collezionista innovativa». A raccontarla sono Marinella e Alessandro Guglielmi, figli di Eliana, una delle più importanti collezioniste italiane scomparsa di recente. Succedeva spesso di incontrarla in piazza Maria Teresa, mentre chiacchierava, soprattutto di arte, con figli e amici al tavolo del bar sulla piazza, con la sua Labrador al seguito e sotto lo sguardo della statua di Guglielmo Pepe. Laureata in Storia medievale, ha sempre avuto un interesse particolare per l'arte contemporanea, considerandola il naturale seguito del suo percorso formativo. Riteneva che il contemporaneo fosse più accessibile ed immediato, perché parla il nostro linguaggio e usa i mezzi tecnici del nostro tempo. «Un ricordo ero davanti a un Kounellis, lo sentivo drammatico e disperato, mi pesava sul cuore, sempre», raccontava in un'intervista del 2002 in occasione della mostra «De Gustibus» sul collezionismo in Italia, che si tenne al Palazzo delle Papesse di Siena e che ospitò opere della sua articolata collezione. «Poi improvvisamente ho letto la lucidità e la serenità. Il rigore mentale degli antichi. C'è un'osmosi tra antico e contemporaneo; se conosci il lavoro di Mike Kelley sei più preparato ad apprezzare una Madonna di Sassoferrato». Per settant'anni Eliana Guglielmi ha viaggiato per il mondo alla ricerca di artisti emergenti, tecniche nuove, incontrando galleristi, collezionisti, direttori di musei, frequentando fiere internazionali, che avrebbero orientato scelte e scoperte, sempre dettate da istinto e passione. I figli hanno vissuto nel mondo dell'arte fin da bambini, giocando intorno a dipinti e sculture, prendendosi a cuscinate intorno a installazioni astratte e suggestive. Persino il cane fu sorpreso a rosicchiarsi un'opera di Richard Long sul terrazzo di casa. «Ho vissuto dai tre ai dieci anni in tutti i musei del mondo», ricorda Alessandro, «per un bambino era micidiale! Sarei volentieri andato al parco giochi con gli altri, ma con il tempo ti rendi conto di aver assorbito quelle "energie" che erano nelle opere. L'arte trasmette e negli anni scopri che poi riesci a capire se un'opera è pregna di quella vibrazione, rispetto ad un'altra che è più "vuota". È quello che i collezionisti chiamano occhio, ma in realtà è tutta una serie di sensazioni e di coinvolgimento. O almeno per me e stato così». «Facevamo sempre dei viaggi, a fine agosto, dove mamma ci portava in tutte le capitali europee» racconta Marinella, la maggiore dei due. «La prima cosa era andare nei musei, sia di arte antica che di arte moderna, come quello di Amsterdam dove ho visto decine di volte le "Lezioni di anatomia" o "La ronda di notte" di Rembrandt. Poi ci portava nei musei di Arte Contemporanea, dove spesso era lei a prestare le opere. Il contemporaneo allora era ancora un ambiente molto piccolo». Per Marinella è stato il motore di una carriera nell'arte. «Nel 2000 è nato il Dipartimento di Arte Contemporanea di Christie's a New York voluto da Pinault. Il contemporaneo è così diventato il primo mercato per la casa d'aste newyorkese e sono entrata a lavorare con loro. Andavo con mia mamma e allora eravamo in prima linea. Vedevamo le quotazioni di un artista crescere, i lavori nuovi per prime, andavamo negli studi. È stato entusiasmante. Lei ha fatto questo passaggio di consegne tra la sua e la mia generazione. Entrambe sceglievamo cosa comprare. Lei era quella che optava per i pezzi più allegri. La componente del gioco per lei era fondamentale». È ancora Marinella a raccontare la Eliana collezionista. «Mamma, nel '75 ha cominciato a comprare, perché era amica di Nino Benatti e Christian Stein, che avevano i primi video di Andy Warhol. A Torino in quegli anni nascevano le gallerie più importanti per il contemporaneo. Con la Stein ha cominciato a comprare tutta l'Arte Povera. La Stein era però una donna che controllava molto i suoi collezionisti e, malgrado avesse tutti artisti interessanti, le impediva di andare a comprare da altri. Fino all'82 quando Eliana ha comprato una grande opera di Merz. Da allora ha iniziato ad andare alle fiere internazionali, come Basilea, a diventare amica di artisti come Paolini, con il quale aveva molte affinità e di molti altri. Si aprirono così altre opportunità e lei entrò in contatto con realtà nuove». Negli anni '90 aprono nuove gallerie ed Eliana compra moltissime opere di giovani artisti, senza mai avere un intento speculativo. Compra tutta l'arte povera, che costituiva lo zoccolo duro della sua collezione: l'albero di tre metri di Penone, vari Merz, Fabro, Zorio, Salvo e, soprattutto, Paolini. Non solo. «Ha aiutato tutta una generazione di artisti e galleristi a emergere. È stata ad esempio tra le prime a comprare Cattelan e coinvolta in tutte le iniziative a favore dell'arte contemporanea: dagli Amici del museo di Rivoli, agli Amici del Guggenheim, con vicende alterne, ma sempre trainate dal desiderio e dalla curiosità per il nuovo». Da allora molto è cambiato a Torino. «C'erano gallerie pazzesche: Tazzoli, la Galatea (dove sono passati grandi artisti come Bacon), la galleria Sperone. Questi galleristi hanno fatto di Torino un centro all'avanguardia per il contemporaneo. Negli ultimi 10 anni il sistema si è trasformato. C'è stata una grande immissione di denaro, che ne ha snaturato l'essenza. Si è persa la base culturale, per cui pochi tra galleristi, direttori di musei, artisti conoscono veramente la storia dell'arte. Ricordo cene da Marcello Levi dove io stavo zitta tutta la sera perché non conoscevo nulla e rimanevo annichilita dalle conoscenze di artisti, critici, curatori. E non avrei saputo neppure dove documentarmi. Non credo che ancora ci siano luoghi dove si tiene questo livello di conversazioni sull'arte contemporanea. Né collezionisti che, come Eliana, abbiano letto intere biblioteche di arte. A volte quando sfoglio i suoi numerosissimi libri trovo ancora le sue note e suoi segnalibro. L'arte per lei è stata pura gioia, conoscenza, libertà, gioco. Mai speculazione».