Domani si terrà a Firenze un workshop a porte chiuse dal titolo «Cultural Heritage and the Digital Revolution: new concepts and new tools for a web-based global community». Lo scopo, quello di aprire finalmente un dialogo tra due sfere che fin qui hanno dialogato poco o nulla: da un lato chi opera nell'ambito delle istituzioni culturali, dall'altro il mondo dell'Information Technology. Promosso da Istituto e museo di storia della scienza di Firenze, Fondazione Ibm Italia, Enea ed Edizioni Olivares, ne abbiamo parlato con Paolo Galluzzi, direttore del museo fiorentino, che vanta una storia affatto particolare nel panorama italiano (e non solo). «Da tempo tra gli operatori culturali si avverte una difficoltà di interlocuzione produttiva con il mondo dell'lt. Una difficoltà del tutto naturale: non essendo un mercato maturo spiega Galluzzi , chi investe nello sviluppo di programmi non guarda in primo luogo a quella che è una nicchia poco significativa in termini di sfruttamento commerciale. Da parte degli operatori, soprattutto nei musei e con l'eccezione dei bibliotecarì, vi è poi una scarsa consapevolezza delle potenzialità e delle misure necessarie per l'uso sistematico dell'lt per la conservazione o la valorizzazione del patrimonio. L'assenza di strumenti e l'assenza di competenze ha fatto sì che l'introduzione delle nuove tecnologie nei beni culturali fosse lenta, casuale, segnata quasi sempre da grandi fallimenti». Una situazione che in Italia è stata aggravata dalle scelte pubbliche: «Il modello che oggi vorremmo esorcizzare continua Galluzzi è quello adottato nel 1985 dei "giacimenti culturali", nel quale l'amministrazione dei beni culturali subì una sorta di tutela non richiesta e assurda da parte dei privati, ai quali fu affidata la gestione dei progetti: il risultato è stato che tali prodotti non ebbero alcuna capacità di rispondere alle esigenze effettive che venivano da curatori, bibliotecari, archivisti. Vennero così sepolti grosso modo mille miliardi di allora: una cifra mostruosa». Una situazione di arretratezza aggravata da una marcata diffidenza tuttora diffusa verso le nuove tecnologie che non ha riguardato però l'istituto fiorentino: tra i primi musei in Italia ad aprire un sito Internet (nel 1994), al proprio interno ha creato fin dal 1988 un laboratorio multimediale, nel quale oggi lavora una ventina di persone, ovvero, tra collaboratori occasionali e permanenti, un terzo del personale del museo. Tra i progetti, ve ne sono di esemplari, come quelli che dovrebbero essere rilasciati entro l'anno: la Galilcotcca, innanzitutto, straordinario esempio di «archivio della conoscenza», come lo chiama Galluzzi. Un archivio, cioè, in cui virtualmente si ricostituisce quel tessuto connettivo che unisce documenti, opere d'arte, manoscritti, strumenti matematici, che il tempo ha separato in altrettanti luoghi fisici. Nella Galileoteca questa separatezza viene superata, i collegamenti vengono ripristinati e lo studioso come lo studente (l'accesso dovrebbe essere gratuito, salvo alcuni servizi) potrà passare agilmente dall'uno all'altro oggetto e consultarti in Internet. Un secondo progetto riguarda invece il "sistema informativo" del museo, e ha carattere divulgativo e didattico. È un archivio dedicato essenzialmente agli oggetti conservati nel museo, che permette di contestualizzarli e di comprenderne il funzionamento. Se ne potrà presto fruire in Internet, in dvd e nello stesso museo: grazie a un apparecchio interattivo portatile appositamente sviluppato. Un sistema di augmented reality, per usare un termine caro a Federica Olivares (madrina dell'iniziativa che si inaugura domani a Firenze), un'applicazione di nuova generazione che arricchisce lo spazio fisico trasformandolo in uno spazio ancor più denso di informazioni. In 15 anni, anche a Firenze, di errori ne sono stati fatti, precisa Galluzzi, «uno spreco di risorse intellettuali oltre che economiche». Come l'adozione di strumenti divenuti rapidamente obsoleti (i cosiddetti "dischi bastardi"), ad esempio, oppure il fatto d'aver costruito una serie di archivi autonomi, non dialoganti tra loro, errori che hanno richiesto un grande sforzo di riversamento delle informazioni e di riallineamento dei vari archivi, per consentirne l'interoperabilità. Più in generale, è l'efficienza di questo sistema "autarchico" adottato per necessità dall'istituzione fiorentina, che lo stesso Galluzzi mette oggi in discussione. «In generale le urgenze oggi riassume Galluzzi sono le seguenti: un dialogo paritetico tra privati e istituzioni culturali; la crescita del sistema culturale, ovvero la formazione da un lato dei curatori, in modo che siano in grado dì articolare propriamente la domanda ai privati, dall'altro di autori digitali (non di esperti in nuove tecnologie!); infine l'individuazione di standard e metodi di operatività che siano sostenibili, condivisi e conservabili, e quindi di regole precise che chiariscano le responsabilità rispetto alla certificazione, al mantenimento e all'aggiornamento». Un primo contributo in questa direziono dovrebbe darlo il workshop di domani, dal quale ci si auspica la nascita di una "comunità di vertice" che possa essere di stimolo e di indirizzo. Eccone i partecipanti, oltre a Paolo Galluzzi e Federica Olivares: il soprintendente Antonio Paolucci, Angelo Failla (Fondazione Ibm), lo studioso Jack Wasserman, Salvatore Settis (Scuola normale superiore, Pisa), Derrick De Keckhove (McLuhan Centre, Toronto), Fausto Bernardini (Ibm T. J. Watson Research, NY), Tullio Gregory (progetto Bi-blioteca digitale, ministero per i Beni e le attività culturali), Sergio Escobar (Piccolo Teatro di Milano), Cristina Acidini (Opificio delle Pietre Dure, Firenze), Pietro Moioli e Claudio Seccaroni (Enea), Tullio Salmon Cinottì (Università di Bologna), Massimo Bergamasco (Scuola Superiore S. Anna, Pisa), nonché rappresentanti del British Museum di Londra, del museo Kiasma di Helsinki e del Max Planck Institut per la Storia della scienza di Berlino.