È un dilemma antichissimo, probabilmente impossibile da risolvere, questo problema di più arte meno tasse, bello modernoquiete del bel tempo antico, insito, forse inoculato, entro il cuore stesso dell'estetica, come un virus a orologeria. Cioè in fondo, facciamola breve, in tempo di vacche magre: pane o circenses? Costruiamo ospedali oppure pensiamo anche alle fontane e ai monumenti in piazza? Ma soprattutto: la città sta bene così com'è o ci vuole l'ulteriore ciliegina cara all'ultimo degli assessori, accanto alla rotatoria di rito, per renderla più attraente e glamour (e intanto i benpensanti puntualmente brontolano)? Facciamo un esempio: se al tempo di Bernini, con tutto rispetto, si fossero distribuiti più generosamente sconti-gabelle ai caprai e ai ciociari dell'urbe, dando retta agli aristocratici di Piazza Navona, che non volevano nuovi disturbi e ritocchi urbanistici, oggi certo non potremmo fotografarci felici dinnanzi e magari scrivere monografie decisive sull'ormai vetusta e celeberrima fontana del Maestro. Dunque sono il Tempo, e la Posterità e la Storia dell'Architettura, a decidere di questa felice riuscita, che ci lascia tutti soddifatti: e se un cane di scultore fosse stato al suo posto? Forse non esistevano «cani» allora? Mah. Il problema è che l'arte oggi non si sa bene che cosa sia e avanza più per spinte elettorali e camarille critiche, che non per un suo cammino degno e inattaccabile. Soprattutto quando si tratta del detestabile arredo urbano, in mani spesso più che incompetenti, omicide. Sarà stato sempre così? Forse, ma qui spesso si esagera. Lo «scandalo» del tapis roulant verticale davanti alla Stazione di Milano non stava tanto nella bruttezza dell'oggetto in sé (talvolta l'osannato Plessi fa anche di peggio, e in loco più delicato, a Venezia) ma sta nella follia pratica, che uno debba perdersi il treno per via di circolocuzioni urbanistiche-finto-estetiche e giravolte semaforiche, invece d'arrivarci dritto in taxi, come un tempo, dimenticando l'Arte con Maiuscola. Il problema è che la scultura è stata abbattuta ma le giravolte, con sfiatatoi d'aria calda a punzoni anti-extracomunitari, son rimaste. Per carità, è giusto, indubbiamente, e fisiologico che il gusto cammini e la città non s'arresti al suo passato stantio. Ma bisogna pure che smetta questa competizione tra famigliole estetiche (tu ti concedi il Merz, io voglio il monumentino kitsch al pony-express o al maiale omni-commestibile) che rischia d'esaltare la schizofrenia fra finto-nuovo e vero-vecchio. Pensiamo quanti strilli, quando Menotti e Carandente ebbero l'idea geniale di far planare Moore, Burri, Consagra nel tessuto intatto di Spoleto: oggi quegli animaloni di ferro fan parte dell'abitudineottica cittadina e chissà se mai se ne libererebbero. E poi ci vuole un po'di sana ironia storicistica: il monumento a Pertini di Aldo Rossi a Milano fu vissuto come una coltellata, uno spregio alla città. Oggi i cani ci fanno tranquillamente pipì addosso, quasi fosse una quercia secolare. II Tempo lenisce? Certo decide, come un vecchio Salomone: qui per fortuna ci sta, lì sarebbe stato meglio di no. È ovvio: ci vogliono concorsi, commissioni davvero competenti, saggezza e l'idea di fondo che l'Arte deve aggiungere davvero qualcosa, non disturbare l'occhio e la circolazione, o gratificare l'amichetto. Unico vero quesito: ma certi luoghi (si pensi a certe chiese) han davvero bisogno di qualcosa in aggiunta? Poi rimane il solito dilemma, peggio della Scelta di Sophie. Se brucia un museo, salvo il Leonardo eterno o il povero custode acciaccato?