Milano è in grado di anticipare mode e tendenze. Per questo a ottobre organizzeremo la settimana della contemporaneità Di fronte ai dati della Camera di commercio, che assegnano a Milano il primato per numero di imprese attive nella cultura (984 in crescita del 10), è stupito dello stupore dei privati l'assessore Stefano Zecchi. «Un'analoga indagine della Camera di commercio, commissionata in accordo con noi afferma , è stata presentata in un convegno a Palazzo Marino due mesi fa. Mi stupisce che i privati si accorgano solo oggi che Milano è la capitale della cultura: noto un po' di disattenzione». Non la stupiscono i dati? «No. È proprio perché è capitale della cultura che ho scelto di vivere a Milano e non a Venezia o Roma. Abbiamo anche un primato universitario e nella ricerca medica, cosa che si sottovaluta». Tutti primati, però, che poco hanno a che vedere con l'azione diretta del Comune. «Casca dal pero chi parla di assenza dell'ente pubblico dalle iniziative! E' stata anche una scelta strategica del mio predecessore, Salvatore Carrubba, quella di occuparsi dell'architettura istituzionale e delle strutture culturali lasciando ai privati la completa opportunità di realizzare iniziative. Da parte mia, se ci fosse più tempo, vorrei che il Comune desse maggiore organizzazione alle realtà private presenti che operano nella cultura». In che modo? «Intanto accentrando la comunicazione, cosa che stiamo già facendo. Non intendo finanziare più la comunicazione degli eventi lasciandone l'organizzazione al privato, bensì centralizzarne la gestione per avere maggiore efficacia. L'apparente deficit della cultura comunale milanese sta nel fatto che i privati non comunicano che le iniziative sono realizzate anche grazie al Comune. Noi partecipiamo ma sembra che non ci siamo». Roma ha una migliore comunicazione? «Milano ha sviluppato il piacere dell'understatement, e questo porta a dire che a Milano non c'è nulla. Cosa che anche questi dati smentiscono. A Roma si fa il contrario: ogni minima iniziativa è enfatizzata. Invidio il teatro Marcello e le Terme di Caracalla perché fai una cosa insignificante lì e diventa automaticamente di risonanza per via del luogo. Qui non ci sono spazi così». Il Comune deve tornare a organizzare in prima persona gli eventi culturali? «Non dico di ogni singolo evento, ma deve organizzare il tessuto culturale. A metà anni Sessanta c'erano realtà per i giovani che vanno ricostruite. Dopo la casa della poesia vorrei fare una casa del jazz. Poi lavorare con le case editrici per costruire punti di incontro tra giovani e scrittori. L'editoria è una delle realtà più straordinarie di Milano». Milano d'estate è stata, però, deficitaria. «I soldi erano pochi; è stata fatta con soldi privati. E' ovvio che Milano meriterebbe di più, potendo. A ottobre organizzeremo la settimana della contemporaneità: si presenteranno altri dati sulla vocazione contemporanea di Milano, che ha sempre anticipato mode e tendenze, che ancora oggi ci sono, sia nell'arte sia nella ricerca tecnica e medica». Quale strategia adottare, infine, nel rapporto con i privati? «Bisogna partecipare insieme e il Comune deve coordinare anche l'iniziativa privata. Non credo che ciò sia una forma di controllo o di intralcio, anzi! Se il privato deve fare tutto da solo, si sente abbandonato. Se si lavora insieme anche il privato si sente partecipe di un progetto comune».