Siamo qui per addestrare la polizia di Gibuti a proteggere i patrimoni artistici». «Quindi siete i caschi blu dell'Onu?». La domanda è retorica, visto che a rispondere è lo stemma con la scritta «celeste Onu» «Unite4Heritage», che spicca sulla mimetica scura bordata di rosso indossata dai due militari italiani. «Uniti per il patrimonio», appunto, il motto dei «Caschi blu» che dal 2016 operano nel mondo a difesa della «cultura violata» da conflitti, disastri naturali e traffici illegali di opere d'arte. Una forza di pace di cui la task force dei Carabinieri del comando Tutela patrimonio culturale (Tpc), rappresenta la spina dorsale, grazie a una tradizione di circa mezzo secolo che li ha resi un'eccellenza planetaria. «Si, siamo Caschi blu, qui nella veste di addestratori dei Carabinieri per formare la polizia nazionale», spiegano i due marescialli del Tpc, veterani del Comando provenienti dai nuclei di Roma e di Torino. Li incontriamo a Gibuti, la nuova terra delle opportunità, realtà minuscola ma cruciale che le dinamiche geo-strategiche del nuovo Millennio hanno riportato al centro del Pianeta. Qui anche l'Italia ha conquistato «il suo posto al sole» con la Base militare di supporto (Bmis) comandata dal colonnello degli Alpini Lorenzo Guani. La prima base interforze dal dopoguerra in territorio straniero, e piattaforma di supporto a 360 gradi per tutte le attività svolte dalle forze armate italiane nella regione. Tra queste c'è l'attività a cui si dedicano i Carabinieri nell'ambito della Missione Italiana di addestramento (Miadit), con cui si preparano mediamente 180 poliziotti somali e 225 fra poliziotti e gendarmi gibutini, oltre a ufficiali, reparti investigativi, forze speciali con i Gis, e addestratori. Italia Paese precursore Tra loro gli specialisti del Nucleo Tpc. «È un'attività molto specialistica, abbiamo iniziato nel 2013 e siamo oggi alla decima edizione» spiega il capitano Matteo Maria Lucente, Capo ufficio comando della missione Cc Miadit Somalia 9. In realtà Gibuti non è culla di significativi patrimoni, ma essendo porta di accesso all'Africa dalla Penisola arabica qui potrebbero transitare opere d'arte trafugate in tutta la regione sfruttando il caos yemenita. È il contrasto al traffico illegale una delle priorità di Carabinieri e Caschi blu. Caschi blu in tutto il mondo Gibuti è però soltanto uno dei teatri operativi dei Caschi blu italiani, spiega Lucente: «Ho partecipato all'avvio della prima edizione Miadit Palestina 1 nel 2014 per l'addestramento di un corpo di polizia specialistica, la polizia turistica, che si dedica anche alla tutela dell'enorme patrimonio locale tra scavi, edifici di culto e musei». Il Tpc affonda le sue radici al 3 maggio 1969 precedendo di un anno la Convenzione Unesco di Parigi con cui, tra l'altro, si invitavano gli Stati Onu a istituire specifici servizi finalizzati alla protezione del patrimonio culturale nazionale. L'Italia, insomma, è stata Paese precursore di quello che accadrà molti anni dopo all'Onu creando i suoi Caschi blu, forti del fatto che circa il 60 per cento del patrimonio artistico del mondo si trova nel nostro Paese. La sede principale è a Roma a palazzo Sant'Ignazio, il reparto operativo è suddiviso in tre sezioni, archeologia, antiquariato, falsificazioni arte contemporanea, con cui si abbraccia tutta la storia. Tra le attività c'è anche la gestione della banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti unica al mondo e il servizio «iTPC», una App per dispositivi mobili di ultima generazione che offre la possibilità di ricercare e consultare più di 22 mila beni culturali, di elevato valore, accessibile a chiunque. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti come il recente ritorno in Italia del vaso di Eufronio e il recupero dello scorso anno dei 5 mila reperti archeologici trafugati in Svizzera. Poi ci sono le missioni all'estero per cui viene fatta una selezione psicofisica e attitudinale nell'ambito di un corso di formazione specifica grazie a cui operare in teatri anche ostili. I Caschi blu Onu I peacekeeper italiani della cultura nascono grazie all'esperienza maturata in Kosovo e Iraq, in forza del ruolo riconosciuto al comando a livello globale, e alla collaborazione giudiziaria sviluppata internazionalmente per il recupero dei beni trafugati. È stato il governo italiano, per primo, ad intuire la necessità di rafforzare le capacità di risposta dell'Unesco di fronte alla straordinarietà delle situazioni di emergenza e a proporre la creazione di nuovi strumenti condivisi tra Stati membri ed Organizzazione. L'accordo con le Nazioni Unite è stato firmato nel 2016. «E' una delle migliori risposte che il nostro Paese potesse fornire per reagire ai crimini contro l'umanità che l'Isis e le organizzazioni similari stanno perpetrando nelle attuali aree di crisi», ha più volte sottolineato il comandante del Tpc, Generale Fabrizio Parrulli. «Andiamo ovunque ci chiamino», spiegano i militari di stanza a Gibuti, in Iraq, Palestina, Lettonia, America Latina e Messico. A Baghdad la supermissione Ma la missione che ha più caratterizzato il lavoro di questi «guardiani della cultura» è stata a Baghdad dopo i tragici avvenimenti del 2004, quando c'è stato il saccheggio del museo della capitale in seguito all'intervento americano e alla ritirata delle forze irachene. Una missione nella missione, quella di Antica Babilonia, che ha visto un significativo tributo di vite umane. E che idealmente è proseguito nell'Iraq martoriato dall'Isis, grazie al lavoro dei carabinieri di «Unite4Heritage» nell'ambito delle operazione «Inherent Resolve» e «Prima Parthica».