La piccola Spoon River del mondo alpino è un borgo tra i boschi della val Corsaglia, nel Cuneese. Negli Anni 90 il colonnato della chiesa parrocchiale della Prà di Roburent si è prestato a un inedito crocevia pittorico dove il talento di una decina di artisti ha dato il proprio contributo alla storia silenziosa degli ultimi. E così sono tradotte in immagini vite di straordinario anonimato. Stavano per scomparire, segnate dal tempo. A ricuperarle un artista di rara sensibilità, Francesco Russo, per tutti Burot. Ed ecco allora rinascere sulle pareti il bizzarro di paese che viveva da solo con la sorella e le galline, il curato di nero vestito - per molti l'amato don Leopoldo, uomo di lavoro e di Dio -. E poi l'immancabile perpetua, la contadina, e ancora nomi evocativi solo in dialetto: Ciota dei Caramelli e Andrein d'le Patele. E lui, Giovanni: lo chiamavano il profeta. Non ha mai abbandonato il suo piccolo fazzoletto di terra, sull'Alpe, manco per il funerale del papà. Una delusione d'amore, raccontano: la fidanzata lo aveva lasciato e lui si era congedato dal mondo. In una delle rare fotografie che lo ritraggono porta tratti marcati e intensi: viveva con le sue mucche e chiamava in aiuto i fratelli solo quando una gravida doveva partorire. Allora lanciava il segnale a valle: un pezzo di lamiera che faceva luccicare al sole. Oltre alle mani dell'artista Buriot che ha restituito la memoria del paese scomparso in questa storia amarcord ci sono anche i mecenati. Sebastiano Sordo, ad esempio, è uno abituato a credere nella forza dei suoi sogni: a Mondovì aveva portato anni fa il Politecnico e ora ha coinvolto nel recupero degli affreschi della memoria il mondo imprenditoriale cittadino. «Insieme ai Rotary - spiegano Sordo e l'ex presidente del Rotary Mondovì Angelo Breida - abbiamo finanziato il recupero di questo straordinario patrimonio per immagini del mondo contadino». Poi vengono i custodi della memoria che la Prà di Roburent l'hanno scelta per viverci. Storia di 46 anni fa. «Io e mia moglie siamo arrivati qui che eravamo poco più che ragazzi dalla pianura - ricorda Giovanni Sevega -. Ero stato destinato all'ufficio postale: non abbiamo mai più abbandonato la Prà, anzi ci abbiamo messo su casa e famiglia». La figlia, infermiera, ha poi scelto di far ritorno alla pianura: loro no. Per alcuni anni in inverno sono rimasti soli in questa borgata baciata dal sole dell'estate: la loro casa, una piccola bomboniera di fiori e di grazia, accoglie chiunque si avventuri per questi monti.