Hanno 15 anni, ma la loro crescita continua: le fondazioni emerse dalla Legge Amato del 1990 sono uscite dalla loro infanzia, ma non hanno ancora raggiunto la maturità. Hanno compiuto davvero passi da gigante, attraversando un periodo di grandi complicazioni e conflitti, hanno via via abbandonato la loro origine di soggetti bancali per far crescere nella maggioranza dei casi un ruolo inedito di azionisti di minoranza stabile in un settore creditizio nazionale che veniva concentrandosi, hanno donato all'Italia una pioggia di contributi nei settori più diversi, ma sempre con un occhio al bene comune. Tutto ciò l'hanno fatto in autonomia di decisione, seppure all'interno di norme generali, il più delle volte, peraltro, accettate e condivise, ma sempre con una evidente coscienza della razionalità del percorso da compiere. Quando la razionalità è venuta meno e la trasparenza delle norme è cessata, hanno saputo collettivamente opporsi, ottenendo nei vari livelli del contenzioso (Consiglio di Stato, Tar e infine Corte Costituzionale) ampi riconoscimenti delle loro linee difensive, culminanti nell'esplicita accettazione della Corte della linea presentata dalla Fondazione di Venezia sulla non necessaria riforma del loro organo principale, quello di indirizzo, che un intemperante ministro Giulio Tremonti voleva inizialmente profondamente modificare. Ma la fatica del confronto giudiziario e soprattutto l'incertezza del periodo hanno lasciato il loro segno: la crescita si è arrestata e l'interrogativo sull'efficienza della macchina operativa messa in atto per raggiungere i propri fini è ora grande. Il percorso grant-marketing, pur adottato da tutte le fondazioni con più o meno estensione, non appare soddisfacente per molte di esse, per le maggiori in ogni caso. Operare per mera risposta ai bisogni altrui presenta due difficoltà, una operativa e una esistenziale: innanzi tutto è tutt'altro che facile far emergere e selezionare oggettivamente le necessità dichiarate da altri, ma soprattutto individuare nella filantropia il proprio fine esistenziale per soggetti di così ampia disponibilità finanziaria appare ormai ai più per un verso troppo banale e per altro verso uno spreco in un mondo contemporaneo così connesso ma anche così conflittuale. Proprio le ultime vicende bancarie (che al momento nel quale scriviamo sono tutt'altro che chiare) insegnano che, quando non vi sono fondazioni coinvolte, i movimenti di capitali delle banche debordano facilmente in forme incontrollabili e incontrollate. Viceversa, le fondazioni hanno al loro attivo la perfetta conclusione dell'operazione sulla Cassa Depositi e Prestiti, e in ogni altra operazione di capitale hanno in generale dimostrato correttezza amministrativa e sapienza finanziaria. Dunque, alle fondazioni spetta un compito assai più pregnante che la filantropia di provincia; ma, appunto, esse stesse ancora stentano a individuare e a percorrere questa nuova strada, che può essere sintetizzata con una breve notazione: per raggiungere i fini che la legge loro impone, di utilità sociale e sviluppo economico, le fondazioni debbono operare con tutti i loro mezzi patrimoniali e non soltanto con i frutti dei medesimi. È necessario che le fondazioni comprendano fino in fondo la loro natura di investitore istituzionale e naturalmente si attrezzino per attuarla; oggi, esse hanno programmi di selezione dei luoghi di contribuzione attraverso "bandi" sempre più sofisticati, è necessario invece che sappiano aziendalizzare rapidamente la loro capacità di investimento: solo così contribuiranno allo sviluppo dei loro tenitori e quindi del paese intero. Perché queste affermazioni non restino vuote parole di accento meramente politichese è necessario definire questa fase; ma è assai semplice, è sufficiente procedere per esempi. Perché acquistare titoli finanziari e attendere un anno gli esiti reddituali dell'investimento per poi erogarli ad altre attività e non, invece, investire direttamente in quelle attività (scuole, musei, ospedali...) sotto il vincolo del mantenimento del capitale, ma senza obbligo di reddito, inteso questo come figurativamente guadagnato e poi contestualmente e immediatamente erogato? Perché contribuire con erogazioni ai servizi degli enti locali, e non invece divenire soci dei medesimi nel capitale delle società di utility ormai privatizzate? Perché accompagnare le strutture amministrative del Ministero per i Beni e le Attività culturali con contributi sparsi e non entrare, invece, massicciamente nell'avvio delle nuove Fondazioni di partecipazione che, sulla scorta del Museo Egizio di Torino, il Codice dei Beni Culturali prevede espressamente? Dunque, si viene delineando una nuova prospettiva per le fondazioni ex bancarie dopo i primi 15 anni di vita legale (quelli effettivi sono però molto meno). Ma poi, con coraggio, perché non prendere in considerazione il mercato finanziario internazionale, smobilizzando la parte ridondante dell'investimento bancario domestico - anche per non essere sempre inseguiti da interventi politici ad hoc come quello ultimo sulla sterilizzazione delle quote eccedenti il 30 - e investendola direttamente all'estero in appoggio magari a iniziative delle stesse banche oggi partecipate, ovvero di altre attività impreditorialì? Subiamo in questi tempi un dileggio internazionale anche giustificato per le forme, ma scorretto nella sostanza: abbiamo viceversa costruito in questo Paese, grazie alla lungimiranza di molti ministri del Tesoro, un soggetto di una potenza finanziaria inusuale: se ce ne rendiamo conto, anche l'orizzonte può cambiare rapidamente. Presidente della Fondazione dì Venezia