La battaglia del Tirreno con il professor Settis ha riportato a nuova vita la scultura abbandonata tra i rifiuti SAN VINCENZO. Una battaglia di civiltà che Il Tirreno con i suoi articoli di denuncia ha vinto: sull'incuria e l'indifferenza. Ieri la statua di Alvaro Panichi, dedicata ai "Ferrovieri italiani nella Resistenza" è stata ricollocata nella sua posizione originale, alla stazione di San Vincenzo. Una battaglia innescata dal professor Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte italiano. Settis l'ha fatto attraverso le pagine del Tirreno, al quale ha inviato un accorato intervento di denuncia. La statua versava in condizioni di pietoso abbandono da mesi. È servito l'occhio esterno e sensibile di Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte italiano di fama e curriculum internazionali, perché ci si accorgesse dello scempio. In questi mesi di cantieri di ristrutturazione della stazione ferroviaria sono state fatte cose di dubbio gusto. L'opera è stata smontata e ammassata in un angolo. Ragioni di cantiere probabilmente ma è finita senza alcuna cura tra il casotto per le fototessere e un totem informativo. Anzi, ignoti si sono sentiti autorizzati a trasformarla in appiglio sicuro a cui assicurare, con tanto di catena, la propria bicicletta. Nessuno ha sollevato questioni. Anche in occasione dell'inaugurazione della rinnovata passerella pedonale, il 30 aprile. Eppure, il percorso che collega via Aurelia Nord con via della Stazione passa proprio dov'è l'opera di Panichi. «Oggi è davvero difficile dire se la retorica dell'"arredo urbano" stia producendo più guasti che opere d'arte, ma certo il rischio c'è - ha scritto Settis a Il Tirreno - . Un paio di esempi dalla provincia di Livorno raccontano due storie complementari, che vanno lette insieme se vogliamo (ma lo vogliamo?) capirci qualcosa. Primo esempio: davanti alla stazione di San Vincenzo c'era da anni un arredo urbano "povero", una scultura dedicata ai Ferrovieri italiani nella Resistenza (così la scritta), messa insieme con materiali di recupero da Alvaro Panichi, certo non un artista famoso ma certo un cittadino (e forse un ferroviere) di qualità. Analogamente, nella piazza del vicino villaggio industriale di San Carlo sorge una scultura (non firmata) in onore dei minatori delle cave Solvay, anch'essa messa insieme con materiali di recupero. Monumenti, l'uno e l'altro, semplici e modesti, senza grandi pretese, ma di una forte e autentica eloquenza operaia. Sorti a celebrare il lavoro, la fatica, il rischio dei cavatori, la Resistenza». «Il monumento ai ferrovieri - dice ancora Settis - a quel che pare non piace più. Arrugginito e degradato, è ora relegato in un angolo, ammucchiato con altri detriti, in attesa di un qualche robivecchi che se lo porti via o lo compri al peso. Sarà perché la Resistenza non va più di moda? O perché Alvaro Panichi non figura nei cataloghi del MoMA o nei vernissages delle gallerie milanesi». L'altro monumento sanvincenzino a cui fa riferimento Settis si trova a San Carlo. «Semplici e modesti, senza grandi pretese, ma di una forte e autentica eloquenza operaia», scrive il professore accomunando l'opera "Ai minatori" in piazza Solvay a quella di Alvaro Panichi "I ferrovieri italiani nella Resistenza". Il legame va oltre i riferimenti al lavoro. Quello installato a San Carlo è firmato dall'architetto Alessandro Panichi, figlio di Alvaro, ed è parte del percorso storico in cui si testimonia il lavoro nella cava di calcare della multinazionale belga che ha segnato lo sviluppo di San Vincenzo. E a questo proposito c'è una ferita aperta per l'architetto Panichi. Il silos dismesso dalla Solvay, progettato e costruito da Pierluigi Nervi, ingegnere di fama internazionale, che da anni è in stato di abbandono.
Il Tirreno
27 Luglio 2018
TOSCANA - È tornata al suo posto alla stazione la statua dei Ferrovieri nella Resistenza
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