Ministro Buttiglione, come si trova al vertice dei Beni culturali? «Meglio di quanto temessi. Ci sono tante cose belle e quindi opportunità di tutelarle, difenderle e farle conoscere». Su che cosa ha lavorato di più? «I musei non devono essere simbolo di noia ma occasione per una grande avventura intellettuale. Le pietre, i reperti non parlano da soli. Qualcuno deve interrogarli facendo le domande giuste. Dobbiamo insegnare agli utenti le parole magiche che servono a far parlare le pietre. Dare agli utenti le nozioni di base che consentano di entrare in rapporto con l'opera che vanno a visitare». E allora che cosa farete? «La domenica vado sempre a vedere un museo. Noto che non ci sono cartelli che spiegano in realtà di che cosa si tratta. Quando i cartelli ci sono, sono fatti per insegnare una cosa di più a chi sa già tutto». Come reagiscono a questo suo desiderio? «Con grande meraviglia. Per esempio, ho chiamato Tronchetti Provera e gli ho chiesto di studiare una convenzione per avere sul telefonino un commento e l'immagine che ci spiega che cosa stiamo vedendo in un museo componendo un numero di telefono. Tronchetti Provera mi ha detto che è una buona idea e alcuni nostri collaboratori la stanno studiando». E per gli altri settori? «Ho litigato recentemente con Antonio Martino che considera i soldi dati per il cinema come buttati e pensa che il cinema non debba avere sostegno. Io penso che il cinema non è una mercé qualsiasi,. perché c'è la lingua, l'identità, la cultura, i valori che animano la vita di un popolo, e quindi il sostegno dello Stato è giustificato. Qualche settimana fa ho litigato al ministero con Citto Maselli. Pensa che il cinema si faccia per amore dell'arte e non importa quanti sono gli spettatori o gli incassi. Dobbiamo sostenere il cinema ma aiutarlo anche a stare sul mercato». Come sarà quest'anno la mostra di Venezia? «Bella. Mi pare che Croff e Muller stiano facendo veramente un buon lavoro». Lei andrà? «Certo. Come potrei disertare quell'occasione che è un modo importante per stare tra la gente, parlare e capirsi. Ho messo anche in atto un gruppo di lavoro sulla Francia perché tra me e il collega francese c'è una forte sintonia. Per entrare in contatto con il pubblico ci vuole un cinema europeo. Gli americani hanno 400 milioni di potenziali spettatori, noi 50 o 60 milioni. Dobbiamo fare il mercato europeo del cinema. Quindi politica del doppiaggio, politica della distribuzione, e cercare di portare il nostro cinema europeo sullo stesso piano di quello americano». Sulla sicurezza dei beni culturali che cosa intende fare? «Ho lanciato un grido d'allarme. Dobbiamo migliorare senz'altro i livelli di sicurezza. I beni culturali devono essere protetti; ma non solo proteggere il bene stesso ma anche i visitatori che oggi sono il bersaglio. La sorveglianza elettronica è fondamentale contro il furto e lo sfregio di un'opera, ma se uno vuoi farsi saltare in aria la sorveglianza elettronica non serve». E allora? «Dobbiamo ripensare il sistema. Abbiamo una Commissione al lavoro, alcune cose le fanno il ministero e il ministro degli Interni, altre le dobbiamo fare noi. Voglio lanciare un messaggio: il terrorismo vuoi farci cambiare abitudini di vita, ci vuoi far credere che noi siamo deboli e loro forti, e lo fa portandoci immagini strazianti delle vittime. La verità è il contrario: noi siamo forti, loro deboli. Il livello di rischio è basso e non deve legittimare né panico né paura. Farò un esempio, anche se so già che mi criticheranno. Premesso che ogni vita persa è una catastrofe assoluta per tutta l'umanità, tuttavia le vittime del terrorismo sono meno dell'uno per cento delle vittime degli incidenti stradali, sono una piccola porzione dei morti per criminalità. Possiamo convivere senza cedere con il terrorismo che alla fine sradicheremo, loro non possono in alcun modo vincere e noi dobbiamo continuare ad andare nei musei, in treno senza avere paura. Non dobbiamo cambiare vita». Le resta circa un anno di lavoro. Qual è la sua ambizione principale? «Completare quanto fatto da Urbani, soprattutto il nuovo Codice e assicurare l'applicazione per quanto riguarda le norme sul territorio. Vorrei consolidare un modello di collaborazione pubblico-privato, Stato-Enti locali, che ha due forme. Una è la Fondazione. Per esempio quella del Museo Egizio di Torino per la quale spero si completino i lavori preparatori di conferimento entro settembre. L'altro esempio sono gli accordi fatti sul territorio per superare lo sbriciolamento delle competenze e mettere insieme Stato, Provincia, Regione, Comune e privati. Un'altra cosa è l'archeologia preventiva. Fino a ieri, quando c'era un Comune che voleva fare grandi lavori, poteva capitare che rinvenissero resti antichi e si trovassero quindi davanti al dilemma insormontabile : distruggere i reperti o fermare il cantiere con danni di milioni di euro. Qualunque decisione alla fine in questo caso era sbagliata». E allora? «Abbiamo fatto una legge che utilizza gli strumenti dell'osservazione satelittare e dei carotaggi mirati per sapere in anticipo quello che c'è prima di cominciare a scavare. In questo modo siamo in grado di incorporare lo scavo archeologico nei lavori e aprire un sito nuovo inglobandolo nell'opera. Abbiamo vinto l'appalto dell'utilizzo del sistema satellitare Galileo per i Beni culturali. Faremo una prospezione sistematica nelle province di Roma e Atene per arrivare a una Carta archeologica. Molti Paesi sono interessati a questo tra cui la Cina, che guarda alla tecnologia italiana con molta attenzione. Cercheremo di vendere insieme anche la tecnologia ferroviaria». Come mai? «Perché il primo grande esperimento di archeologia preventiva lo abbiamo fatto con l'Alta Velocità. Questa novità richiede agli ingegneri di diventare anche un po' archeologi». E per la musica? «Abbiamo condotto una battaglia durissima per il Fondo unitario per lo spettacolo e il taglio è stato evitato. I problemi sono un po' paralleli a quelli del cinema, dobbiamo lavorare con la Scuola e la Chiesa. E' carente l'educazione musicale degli italiani, ed è peccato che non venga fatta in modo sistematico come in altri Paesi. Bisogna educare i giovani alla musica e migliorare il rapporto tra musica e pubblico. Bisogna uscire. Lo Stato deve sostenere la musica perché sia un consumo di massa. Alcuni casi esemplari funzionano bene ma il sistema deve evolvere. Quando sono andato all'Arena di Verona ad ascoltare "La Gioconda" mi hanno fischiato alcuni orchestrali. Hanno sentito in questo modo il mio di pensare un attacco a qualche aspetto del contratto di lavoro ma è nel loro intesse riportare la musica il più possibile verso il pubblico. Bisogna ricostruire in altre parole il rapporto tra la musica e il pubblico». Naturalmente parteciperà ai Giochi olimpici a Torino... «Non c'è dubbio, con grande orgoglio e conto di portare qualche gruppo di visitatori eccellenti e far loro da guida in qualche museo torinese».