Quando disegnava la piazza del Campidoglio e il piedistallo per la statua di Marco Aurelio a cavallo, Michelangelo non avrebbe mai detto che stava occupandosi di "arredo urbano". Per fare un paragone irriverente, un po' come il Monsieur Jourdain di Molière, che parlava in prosa senza saperlo. Altri tempi, quelli di Michelangelo: quando le opere d'arte invadevano piazze e strade perché sentite come necessarie, e non per riempire un vuoto o gratificare un assessore. Oggi è davvero difficile dire se la retorica dell'"arredo urbano" stia producendo più guasti che opere d'arte, ma certo il rischio c'è. Un paio di esempi dalla provincia di Livorno raccontano due storie complementari, che vanno lette insieme se vogliamo (ma lo vogliamo?) capirci qualcosa. Primo esempio: davanti alla stazione di San Vincenzo c'era da anni un arredo urbano "povero", una scultura dedicata ai Ferrovieri italiani nella Resistenza (così la scritta), messa insieme con materiali di recupero da Alvaro Panichi, certo non un artista famoso ma certo un cittadino (e forse un ferroviere) di qualità. Analogamente, nella piazza del vicino villaggio industriale di San Carlo sorge una scultura (non firmata) in onore dei minatori delle cave Solvay, anch'essa messa insieme con materiali di recupero. Monumenti, l'uno e l'altro, semplici e modesti, senza grandi pretese, ma di una forte e autentica eloquenza operaia. Sorti a celebrare il lavoro, la fatica, il rischio dei cavatori, la Resistenza. Ma alla stazione di San Vincenzo (da anni in ristrutturazione perpetua, senza biglietteria, senza bagno per i viaggiatori) il monumento ai ferrovieri a quel che pare non piace più. Arrugginito e degradato, è ora relegato in un angolo, ammucchiato con altri detriti, in attesa di un qualche robivecchi che se lo porti via o lo compri al peso. Sarà perché la Resistenza non va più di moda? O perché Alvaro Panichi non figura nei cataloghi del MoMA o nei vernissages delle gallerie milanesi? Intanto a pochi chilometri di distanza, a Venturina, dove da sempre c'è un'assai accogliente area semi-pedonalizzata, qualcuno deve aver deciso che un arredo urbano ci voleva proprio. Ed ecco spuntare dall'asfalto sei mostruosi super-papaveri che di notte s'illuminano gettandosi intorno una sinistra luce rossastra, mentre tutt'intorno sono sorte strane gabbie metalliche, strutture poderose che reggerebbero tonnellate (di che cosa?), ma sono lì solo per esili rampicanti che timidamente cresceranno coprendone, si spera, la bruttura. Meglio non indagare sugli autori del misfatto, e meno ancora sui suoi costi. Meglio non fare battute di dubbio gusto, contrapponendo il rosso-bandiera dei papaveri di Venturina alla Resistenza messa in mora a San Vincenzo. Ma un paragone si può fare, e non da poco. Mentre a Venturina s'industriavano a piantar papaveri, un artista (lui sì) alla moda, Jeff Koons, donava alla città di Parigi una sua scultura, un gran mazzo di tulipani, roba da milioni di dollari a stare ai valori di mercato. Eppure a Parigi i tulipani di Jeff Koons non li vuole nessuno, nemmeno negli spazi immensi del Trocadéro a cui lui li aveva destinati. Troppo ingombranti, dicono i parigini; troppo estranei al contesto. Chi deve imparare da chi? Parigi da Venturina o Venturina da Parigi?
Il Tirreno
25 Luglio 2018
TOSCANA - I monumenti al lavoro nell'immondizia mentre spuntano mostruosi papaveri
SA
Salvatore Settis
Il Tirreno
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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