In città il fascio campeggia su molti tombini In provincia gli slogan per un'Italia contadina Toh. Guarda che cosa ci tocca vedere. Riaffiorano tracce di quando c'era «Lui», logora espressione nostalgica per intendere i tempi di Mussolini. Ecco insegne, scritte, decorazioni. Non sono state cancellate tutte. I graffiti saltano fuori anche in luoghi inattesi. Diamo un'occhiata, trascurando i tanti palazzi, case popolari, villaggi e quartieri sorti nel Ventennio. Segni si trovano anche in luoghi impensabili. All'angolo fra via Battaglie e Contrada del Carmine in città troviamo il grande palazzo che fu dei Calini e venne ereditato dai Gambara. La facciata è stata deturpata da una porta per accedere e ad un'antica sala affrescata: un orrore edilizio che guasta l'armonia del palazzo. Leggendo sopra l'architrave si capisce a chi sia servito quel salone. Dice: «Gruppo rionale Italo Balbo». In diverse città nacquero nuclei nel nome di uno dei quadrumviri della «Marcia su Roma» ed aviatore precipitato a Tobruk per colpa del «fuoco amico». A ricordarci il fascismo ci sono poi moltissimi tombini dell'acqua e della luce. Portano impresso accanto al leone rampante il fascio littorio. Lo calpestiamo e tanto basta. Una crociata per toglierli di mezzo ci costerebbe un occhio della testa. Lasciamoli dove sono: sotto i nostri piedi. E lasciamo perdere anche le vecchie targhe stradali una si nota in via Roma a Gargnano ancora con il fascio littorio in piccolo. Che piazza della Vittoria sia un inno al fascismo è risaputo. Lo è perfino nei dettagli della decorazione che fa da cornice alla facciata del palazzo delle poste. Proprio sopra la scritta «Poste e telegrafi» la greca è formata da una sequenza di «m». L'iniziale di Mussolini viene ripetuta tredici volte. Segni di un passato morto e sepolto li troviamo pure in provincia. Sulle case sono visibili ancora seppur sbiaditi gli slogan che ci parlano di un' Italia governata da uno che «ha sempre ragione». Nel bel Paese «chi osa vince», magari buttando «il cuore oltre l'ostacolo» e «chi si ferma è perduto» oppure è «boia chi molla». Starace e Bottai ordinarono che anche i muri indossarono (metaforicamente) la camicia nera. Ad Acquafredda fu scelta una cascina (a Isorella un palazzo, a Villa di Gargnano la caserma Magnolini) per esortare a obbedire oltre che a credere e combattere. Non si sa se i contadini chiamarono il pittore spontaneamente o perché a conoscenza di un certo chi va là: «O con noi o contro di noi». A Botticino mattina chi ha occhi di lince riesce ancora a leggere su un muro che «Solo Iddio può piegare la volontà fascista, gli uomini e le cose mai». Nei paesi a tradizione agricola ecco l'indicazione di rigore per il contadino: «È la spada che traccia il solco e la spada che lo difende». La scritta, a caratteri ben visibili a distanza, si nota ancora sulla facciata di una vecchia casa di Roncadelle: è all'uscita del paese prima dell'indicazione per Castelmella. Per restare agli slogan da mondo contadino ecco quello, insolito, in parte visibile su un muro di Cologne: «Più profondo è il solco più alto l'ideale». Meno comune la rima del Duce poeta, all'adunata in Roma del 10 maggio 1932. È rimasta a Campione del Garda: «Libro e moschetto, fascista perfetto». A Ponte Caffaro la sede dei fasci di combattimento era segnalata non da una targa ma da una scritta gigantesca sul muro calcinato. «Disciplina concordia e lavoro per la ricostruzione della Patria» si legge su una parete delle elementari di Lavenone. E nello stesso paese campeggia la scritta «Noi sognamo l'Italia romana» (senza la i: scritta apparsa anche in città, su un muro di via Maiera. Sempre senza la «i»). In Valle Sabbia lo slogan è circondato da un disegno di sapore futurista. Risale al 1982 ed è stato realizzato da un maestro del pennello, Adriano Grasso Caprioli. Più originale il pensiero visibile a Leno «Il popolo italiano ascolta ma giudica dai fatti». «Se combatteremo vinceremo per la grandezza presente futura e passata» si legge su una casa di Pontenove (Bedizzole). La frase ottimistica è stata pittoricamente rinfrescata, con l'aggiunta di una svista. Nell'originale la vittoria era annunciata per «la grandezza presente passata e futura».