Alcuni sindaci del passato sono stati accusati dalle opposizioni di concentrare il proprio impegno sul centro storico trascurando le periferie. Era un'accusa solo in parte fondata e che, del resto, conteneva l'implicita ammissione che del centro ci si stava occupando. Oggi quei sindaci sono rimpianti anche da chi ieri li criticava. In tutte le città i centri sono importanti, ma tanto più per Roma, il cui cuore rappresenta un'attrazione globale. Un tesoro dal valore inestimabile non solo secondo i criteri della cultura e della memoria ma anche in termini di economia e di turismo. Queste cose vengono in mente ogni volta che lo sguardo si posa sul degrado del centro storico, uno degli scenari urbani più preziosi del mondo. Evitando gli elenchi, che intanto sono ben noti a tutti, facciamo un solo esempio tratto dalle pagine di cronaca di ieri: lo stato in cui versa la stazione della metro Spagna, un tempo sorgente di emozione e di sorpresa per chi usciva sulla magnifica piazza e oggi fonte di sbalordito sgomento alla vista dei pannelli del soffitto che cadono a pezzi. La Capitale ha bisogno di risalire. Ma, per risalire, bisogna prima arrestarne la caduta. Dando alcuni segnali chiari e forti a tutti e in particolare a quei cittadini che si danno da fare. La stessa cronaca che porta alla luce i reperti desolanti del degrado mostra infatti anche l'emergere di un ostinato, nuovo senso civico: i «piccoli indizi d'Europa» raccontati nei giorni scorsi da Fabrizio Paladini. La buona volontà individuale e associativa però non può bastare. Per la Capitale deve mettersi in moto un processo di collaborazione istituzionale totalmente nuovo tra Comune, Regione e governo. A partire dall'insicurezza stradale, con il suo conto quotidiano di caduti, e dal degrado urbano. Una collaborazione capace di mettere da parte le liti da condominio a favore del bene di tutti. Anzi: che prenda esempio proprio da quei condomini di Prati-Delle Vittorie che hanno deciso di comprare di tasca propria gli alberi in sostituzione di quelli schiantati al suolo. L'alternativa, come ha scritto sul web un artista americano, è che Roma diventi famosa nel mondo non per le sue rovine di ieri ma per le sue rovine di oggi. Come una gigantesca installazione eretta nel nome di un nuovo genere d'arte: l'autolesionismo urbano.