Il pressing di Andreotti: si fa a Roma o niente finanziamenti. Ma la Prolo disse no Il Museo del Cinema compie 18 anni ed è nato grazie alla caparbietà di Maria Adriana Prolo, che nonostante minacce e lusinghe volle che il museo fosse a Torino. Nelle lettere indirizzate alla Prolo si trovano anche le insistenti richieste di Luigi Comencini e di Alberto Lattuada che la invitavano a cedere le sue collezioni a Milano; Giulio Andreotti invece le rispose che i finanziamenti glieli avrebbe assegnati solo se avesse portato a Roma il museo. Sembra che sia qui da una vita, ma l'inaugurazione del Museo Nazionale del Cinema negli spazi della Mole Antonelliana è di appena diciotto anni fa. Fu l'epilogo di un racconto che ha come protagonista assoluta la sua fondatrice, Maria Adriana Prolo, che con la sua tenace passione seppe convincere le istituzioni e tradurre i suoi sogni in realtà, regalando alla città una sede museale unica al mondo. Il nuovo inizio è datato 20 luglio 2000; 19 se si considera la serata di inaugurazione del giorno precedente che dalle 18 fino a mezzanotte vide la presenza di circa 10.000 visitatori con un parterre di rilievo composto dalle personalità della politica e dello spettacolo di quegli anni, oltre ai mille giornalisti provenienti da tutto il mondo, a testimonianza di un evento di rilevanza davvero internazionale. Quel giorno fu importante non solo perché riunì in una singola istituzione e in un unico destino Museo e principale monumento cittadino, ma soprattutto perché fu il suggello di una storia lunga e ricca di colpi di scena nata circa sessant'anni prima. Per celebrarne la «maggiore età» incontriamo Donata Pesenti e il neo presidente Sergio Toffetti, i due dirigenti del Museo Nazionale del Cinema che conobbero di persona colei da cui tutto nacque e che pochi mesi fa avrebbe compiuto un secolo di vita. «Nel costruire il suo museo ideale, Maria Adriana Prolo si fece guidare da un approccio fondamentalmente storicistico» esordisce Donata Pesenti. «Non aveva solo una dimensione cinefila, ma anche l'obiettivo di creare una collezione di documenti e pubblicazioni, oltre che di oggetti d'arte e di strumenti tecnici legati al pre-cinema». Sergio Toffetti si sofferma su questa specifica peculiarità della signorina Prolo: «Era una donna moderna e dalla visione ampia e strategica. Qualche anno fa era stata raccontata da Daniele Segre in «Occhi che videro», un documentario forse interessante sul piano divulgativo ma che l'avrebbe cristallizzata per sempre nella dimensione nostalgica di una donna che sembrava non fosse mai stata giovane. La sua caparbietà, mista a un notevole carisma le avevano fatto invece guadagnare la stima di quel mondo maschilista già a partire dagli anni '30; e senza i contatti che si era saputa creare non avrebbe potuto raggiungere alcun risultato». Chiedo da chi fosse composta la sua rete di sostenitori e Toffetti ne cita alcuni: «Oltre al Comune che fu subito al suo fianco, le famiglie Burgo, Agnesi e gli Agnelli; senza di loro la prima forma di Museo del Cinema del 1941 non avrebbe mai visto la luce. Negli anni successivi Mario Gromo, l'allora direttore amministrativo de La Stampa, poi critico cinematografico, si innamoro del Museo proprio grazie a lei». Donata Pesenti continua: «Il suo intuito l'aveva portata a indirizzarsi su oggetti ormai desueti legati all'archeologia del cinema: meccanismi ottici risalenti, sempre più indietro nel tempo, fino al Sedicesimo secolo. Torino aveva ospitato negli anni '10 uno dei più importanti movimenti cinematografici del secolo ma sembrava essersene dimenticata: la sua missione era quella di rivitalizzare la memoria di quel periodo glorioso, per la città e per il cinema stesso. Forse non tutti sanno che, un anno dopo la fondazione ufficiale, le già sostanziose collezioni che la Prolo aveva cominciato a raccogliere, perlopiù sotto forma di donazioni, furono sistemate proprio nella pancia della Mole». In effetti, per una profetica coincidenza, la Città di Torino le aveva messo a disposizione i locali di un monumento che allora (e per molti anni) era un ampio spazio inutilizzato e privo di destinazione d'uso. Sergio Toffetti ricostruisce il percorso che avrebbe riportato all'interno di quell'edificio le collezioni che vi erano transitate sei decenni prima. «Nel 1953 si costituì la prima Associazione Museo del cinema. Tra i cosiddetti Magnifici Sette soci ricordo Gianni Pastrone, il regista di «Cabiria» che fu tra i primi a cedere alla Prolo i suoi cimeli; e poi il pioniere del cinema Arrigo Frusta; Giordano Bruno Ventavoli, padre di Lorenzo (uno dei donatori più generosi), e Mario Gromo che diventò il primo presidente nella sede di Palazzo Chiablese a partire dal 1958 e fino al 1983, anno di chiusura in seguito alle norme di sicurezza del dopo-Statuto. Il resto è storia. Dopo un'ipotesi passeggera del trasferimento a Palazzo degli Stemmi, e successivamente alla morte della Prolo avvenuta nel 1991, fu scelta la sede attuale che diventò operativa esattamente 18 anni fa». Dopo tante date, è giusto tornare sul personaggio di Maria Adriana Prolo, per certi versi unico, e alla sua magnifica ossessione di cui ancora oggi possiamo ammirare il risultato. Un'intellettuale poco amata dall'establishment di quegli anni e che Toffetti definisce «Donna forte, dai forti rancori. Come quell'antipatia un personaggio torinese che mi rivelò nel 1979 dicendomi «Quello lì non lo sopporto: nel 1947 non mi aveva salutato»; o il malcelato disappunto per le pazienti, ma a lei sgradite, ipotesi di sedi per il museo che il sindaco Diego Novelli continuava invano a proporle». E anche Donata Pesenti la descrive in maniera analoga, con il suo «cattivo carattere tipico di chi ha carattere. Era una donna affascinante, spigliata e affetta da bulimia tipica del collezionista ma senza il quale Torino non avrebbe uno dei musei più belli del mondo. Di lei apprezzo in particolare la sua capacità di tenere testa ai politici e alle ingerenze cui era continuamente sottoposta. Nelle sue lettere ricordo ancora le insistenti richieste di Comencini e Lattuada nel cedere le sue collezioni a Milano; e Giulio Andreotti le rispose senza mezzi termini che i finanziamenti glieli avrebbe assegnati solo se avesse portato a Roma il museo. Inoltre era dotata di straordinarie capacità di marketing: penso a quel montaggio di film muti girati a Torino, finanziato nell'ambito delle celebrazioni del 1961, per un'antologia da divulgare in mezzo mondo». Nei suoi carteggi con il direttore della Cinémathèque française Henri Langlois, raccolti proprio da Sergio Toffetti, Maria Adriana Prolo si sfoga dicendo: «Meno male che ci sei tu. Qui ci sono soltanto torinesi». Ma dalle sue scelte e dalla sua fermezza lo si capisce bene: nonostante quei «torinesi» amava a tal punto la città da considerare Torino la migliore, per la precisione l'unica, opzione possibile per il progetto favoloso cui dedicò la vita intera.