Chiarabella è tornata da Roma tutta trullera perché s'è inventata leggo «un'altra carta da giocarsi per il rilancio di Torino»: vuole candidarci a Capitale italiana della cultura. Sulle prime ho pensato a un refuso. «Vorrà dire Capitale europea della cultura», ho pensato. Poi ho capito che proprio di candidatura a Capitale italiana trattasi: la nostra intende correre per il 2021, quindi di questo stiamo a parlare. In effetti, il prossimo turno dell'Italia per la Capitale europea sarà nel 2033, dopo che l'anno prossimo sarà in carica Matera. Quanto alla Capitale italiana, quest'anno l'ambìto titolo è andato a Palermo, che ha superato in finale le candidature di metropoli quali Alghero, Aquileia, Comacchio, Ercolano, Montebelluna, Recanati, Trento e l'eroica Settimo Torinese, che ha lottato fino all'ultimo alla pari con quei titani. Per il 2020 è stata scelta Parma, che in finale ha superato Agrigento, Bitonto, Casale Monferrato, Macerata, Merano, Nuoro, Piacenza, Reggio Emilia e Treviso. Cominciate a inquadrare? Aggiungo che il titolo di «Capitale italiana delle cultura» fu creato dal MiBACT nel 2014, proprio in seguito alla vittoria di Matera nella sfida europea: ufficialmente per «valorizzare i beni culturali e paesaggistici» e «migliorare i servizi rivolti ai turisti», ma immagino pure per dare una chance alle piccole e belle città d'Italia, un po' attapirate per l'inopinato trionfo materano. Per smorzare le invidie, insomma. E difatti il titolo nazionale è sempre andato alle piccole e belle città della provincia italiana: ben cinque nel 2015 (Ravenna, Cagliari, Lecce, Perugia, Siena) per consolare le escluse dalla corsa al titolo europeo; poi è toccato a Mantova nel 2016 e a Pistoia nel 2017. Il problema è che quel titolo non rende un granché, a parte la soddisfazione platonica. La visibilità che ne deriva è scarsa e il budget che la città prescelta riceve dal ministero modesto, suppergiù una milionata, giusto giusto l'indispensabile per mettere in piedi un paio di manifestazioni carine. Con simili presupposti mi sembra quantomeno ottimistico pensare che da un'eventuale vittoria nella corsa al titolo di Capitale italiana della cultura 2021 possa derivare un significativo «rilancio della città». Un'amministrazione lungimirante punterebbe piuttosto al 2033. La candidatura a Capitale europea della cultura è una cosa seria, che dà risultati seri. L'esperienza di Matera lo insegna: candidarsi implica uno sforzo ideativo pari, se non superiore, a quello per i Giochi, e ha un costo alto (Matera investì circa 4 milioni) ma una vittoria porta risultati enormi, come dimostrano l'impetuosa crescita del turismo materano, un budget statale di 51 milioni, e la generazione di investimenti diretti per circa 400 milioni, senza calcolare le ricadute indirette. Candidare Torino a Capitale europea della cultura 2033 significherebbe avere una visione, immaginare un percorso di crescita, possedere forza creativa e solidità gestionale. In una parola, significherebbe essere una città con un futuro. Candidare Torino a Capitale italiana della cultura 2021 significa soltanto una cosa: che Torino gioca nello stesso campionato di Bitonto, Nuoro, Treviso. Sempre che Settimo non ci riprovi, altrimenti Torino ha già perso.