Nel 2017 cemento su un'area pari a Lumezzane, Palazzolo e Rovato Prosegue il lento e inesorabile consumo di suolo in provincia di Brescia. Anche se a ritmi dieci volte inferiori rispetto all'abbuffata cementizia del 1999-2007. Lo scorso anno in tutti i 205 comuni della nostra provincia (che, giusto ricordarlo, è la più estesa in Lombardia con 478.600 ettari) sono stati coperti dal cemento 78,4 ettari, pari alla superficie territoriale (campi e fossi compresi) di Palazzolo sull'Oglio, Rovato e Lumezzane messi insieme. È quanto emerge dall'ultimo rapporto Ispra, presentato ieri a Roma. Il triste record lombardo nella cementificazione di suolo nel 2017 spetta alla provincia di Milano, che ha visto sparire 121 ettari di zolle, seguita dalla provincia di Pavia (99,2 ettari) e da quella di Bergamo (78,8 ettari). Brescia per un soffio si classifica in quarta posizione (78,4 ettari), davanti a Mantova (69,7), Monza-Brianza (35,2), Lodi (28,4), Varese (27,4), Cremona (24,5), Como (18,1), Sondrio (16,9) e Lecco (6). Ma fa comunque impressione vedere il numero assoluto di territorio cementificato in termini assoluti: qui Brescia è prima con 55.139 ettari spariti nei decenni scorsi e supera di quasi 5 mila ettari Milano (50.384). «I dati di Brescia non sono eclatanti rispetto al suo passato e all'oggi di altre province italiane spiega Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia . Ricordiamoci che 78 ettari corrispondono alla superficie di un maxi polo logistico aperto ad esempio nel Piacentino». Vero. Leggendo l'illuminante documento «L'evoluzione dell'uso del suolo dal 1999 al 2012» (Masini et. Al. 2014), reperibile anche in rete, si scopre che dal 1999 al 2007, l'anno prima della grande crisi, in provincia di Brescia sono stati consumati 840 ettari di suolo libero l'anno. L'abbuffata cementizia si dimezza con la crisi ma resta comunque alta fino al 2012: se ne sono andati 2.144 ettari di suolo in 5 anni (ovvero 428 ettari all'anno). Negli ultimi anni si sta quindi registrando una netta versione di tendenza. Alla base ci sono diversi fattori: il surplus di offerte immobiliari, con 55mila abitazioni vuote nell'intera provincia (di cui circa 5500 sono nel capoluogo). Non solo. Dopo la realizzazione della Brebemi non ci sono state altre grandi opere che hanno pesato sull'indice del consumo di suolo. E nel frattempo sono cambiate anche le norme: la legge regionale 31 del 2014 (voluta dall'allora assessore al Territorio Viviana Beccalossi) anche se è stata giudicata troppo timida dagli ambientalisti è stata pensata per tutelare il consumo di suolo agricolo, incentivando di più la rigenerazione di aree dismesse (esempio illuminante è il recupero degli 82 ettari dell'ex acciaieria Stefana ad Ospitaletto da parte di Esselunga). Legambiente però ricorda che Lombardia e Veneto restano le regioni italiane in cui si consuma più suolo nel Paese, ed è nella macroregione del Nord, includendo anche Piemonte ed Emilia Romagna, che si perde oltre la metà del territorio agricolo nazionale, per trasformarlo in nuove urbanizzazioni e infrastrutture. «Se a livello nazionale chiude Di Simine siamo ancora in presenza dell'onda lunga della crisi immobiliare, con ritmi di consumo di suolo 4 volte più bassi rispetto a quelli misurati nel periodo pre-crisi, nel Nord del Paese i segnali sono meno confortanti. In mancanza di strumenti e norme di chiaro indirizzo degli investimenti del settore delle costruzioni, rischiamo di assistere ad una ripresa della bolla di espansione delle periferie, proprio a partire dalle regioni che più beneficiano della ripresa economica».