Le parole d'ordine devono essere rigenerazione degli edifici dismessi, residenziali o industriali. Solo così si può frenare l'emorragia di territorio. Ne è convinto Damiano Di Simine,coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia, associazione che ha appoggiato «ad adiuvandum» la battaglia in tribunale del Comune di Brescia, dopo che il Tar lo scorso anno aveva bocciato il dimezzamento del consumo di suolo nel Pgt, compresi quei diritti edificatori acquisiti e ancora in vigore secondo la legge regionale 31. Ora la decisione ultima spetta alla Corte Costituzionale, al quale il Consiglio di Stato ha «passato» il quesito. «Ci aspettiamo che venga ripristinata la possibilità per un Comune di decidere come fare pianificazione urbanistica commenta Di Simine di assumersi le proprie responsabilità, nel bene e nel male. Nel caso di Brescia, che avrebbe potuto ridurre in modo ancora più drastico i tagli al consumo di suolo, ci è sembrata sballata la decisione del Tar, anche se si appoggiava alle legge regionale 31». Legge che è stata criticata in modo molto acceso da Legambiente. Anche se mette dei freni netti al consumo di suolo «nei piani urbanistici di tutti i comuni lombardi ci sono capacità edificatorie per altri 60 mila ettari ricorda Di Simine . Con questa legge potremmo andare avanti a consumare per altri 100 anni. Serve un'inversione di tendenza dei Comuni». Di Simine registra però che «il consumo di suolo è sceso molto rispetto agli anni precedenti la bolla immobiliare». L'eccesso di invenduto è quello che sta frenando la costruzione di nuove abitazioni. Ma c'è comunque un aspetto preoccupante del rapporto Ispra: «La cementificazione si concentra nelle regioni con il Pil più elevato e con perfomance economiche migliori, Se non ci mettiamo nelle condizioni di modificare le regole nel settore delle costruzioni non appena ci sarà una domanda abitativa maggiore ripartirà il consumo di suolo».