Il caso Dopo il sisma del 1980, nomi come Warhol, Kiefer, Boltanski reinterpretarono la tragedia. Ma la collezione fu dimenticata Quasi un'invocazione. «Fate presto»: così titolava «Il Mattino» sulla prima pagina del 24 novembre 1980, all'indomani del terremoto che sconvolse Napoli e la Campania. Questo appello disperato fu ripreso da Warhol nelle due serigrafie che dedicò a quella tragedia, momento decisivo di Terrae Motus, la più ampia raccolta d'arte contemporanea «a tema» a livello internazionale, ideata con passione, costruita con ostinazione, difesa con coraggio dal gallerista Lucio Amelio. Il quale, dal 1980 al 1994, invitò alcuni tra i maggiori artisti del secondo Novecento a reinterpretare e a riscrivere quell'apocalisse, nella convinzione che «l'opera d'arte è come una bomba a scoppio ritardato da appendere al muro». Tra gli altri, Beyus, Rauschenberg, Twombly, Long, Haring, Craig, Pistoletto, Long, Barceló, Vedova, Kiefer, Kounellis, Richter, Boltanski, Schnabel, Schifano, Fabro, Paolini, Ontani, Paladino, Tatafiore, Longobardi e Warhol, appunto. Nacque così una collezione unica. Indivisibile. Come un immenso mosaico nel quale ogni tessera è autonoma e, insieme, è collegata alle altre tessere. O come un polittico che riesce a farsi implicito autoritratto del suo visionario promotore, testimonianza della vocazione civile sottesa al lavoro di molti artisti del nostro tempo, infine racconto di significativi momenti e passaggi dell'arte del secondo Novecento. In maniera parziale, questa raccolta di circa 70 opere fu presentata in diverse occasioni: 1984, Ercolano, Villa Campolieto; 1986, Napoli, Villa Pignatelli; 1987, Parigi, Grand Palais. Infine, nel 1992, per reagire alla colpevole indifferenza di larga parte della classe politica partenopea dell'epoca, Amelio decise di «affidare» alla Reggia di Caserta questo opus magnun. Dopo la sua morte (nel 1994), iniziò una fase di degrado, di dimenticanza e di abbandono, interrotta da qualche episodico ritorno di interesse. Come quando giugno del 2016 il direttore della Reggia Mauro Felicori ha deciso di esporre finalmente nel suo insieme Terrae Motus. Era ora, si sono detti in tanti. Invece? Il metodo adottato ha rivelato subito la debolezza dell'operazione. Felicori non si è fatto affiancare da un comitato scientifico composto dagli eredi del grande gallerista, dai critici e dagli artisti a lui più vicini. E non ha neanche nominato un autorevole curatore-storico dell'arte, che avrebbe potuto interrogarsi di nuovo in una prospettiva originale sul valore di quel patrimonio, suggerendo originali sentieri interpretativi. Inoltre, ha deciso di non coinvolgere un team di restauratori, per «intervenire» su alcune opere. Al contrario, egli ha scelto di organizzare una mostra in maniera frettolosa e sciatta. Mostrandosi in linea con la filosofia propria della riforma-Franceschini, attenta soprattutto alla valorizzazione e al culto degli eventi e non sempre sensibile alle questioni della tutela. Il risultato? Memorabile (in senso negativo). Venendo meno al legato testamentario di Amelio, Felicori ha spostato le opere di Terrae Motus dagli appartamenti reali agli inadeguati ambienti occupati fino a poco prima dall'areonautica e dalla scuola della pubblica amministrazione: è come se avesse voluto nasconderle in un retrobottega, difficile da raggiungere, con una segnaletica insufficiente. Un contesto da pro loco. Stanze non troppo diverse da certi tinelli degli anni Settanta. Come un cantiere aperto. Tele sistemate su impalcature simili a pallet, accostate le une alle altre. Installazioni abbandonate a terra. Molte opere esposte in pessimo stato di conservazione. Finanche didascalie corrette a mano. Illuminazione da ristorante di provincia. Nessun criterio critico-curatoriale seguito. Nessun mediatore culturale disposto a dare qualche informazione al malcapitato visitatore. E ancora: quasi inesistente il personale addetto alla sicurezza. Nessun impianto di videosorveglianza. Come si è appreso lo scorso 9 giugno, quando sono state trafugate parti dell'installazione Ex voto di Boltanski, in cui sono rappresentate un uomo, una donna, un cuore, una gamba, una mano e una testa di uomo. Uno sfregio? Un atto vandalico? Forse, l'inevitabile esito di un'incuria inaccettabile. Mai visto niente di simile. Un capolavoro del brutto. Siamo alle vette del dilettantismo. Uno spettacolo indescrivibile. Che non sarebbe tollerato in qualsiasi Paese «normale». Un autentico disastro, che sembra confermare la congiura di cui da sempre è vittima Terrae Motus: esiliata a Caserta, dopo essere stata a lungo osteggiata a Napoli, una città «con un grande cuore, ma senza testa», un bateau ivre alla deriva (come disse Amelio in una delle sue ultime interviste). Intanto, qualche giorno fa, per replicare alle critiche, Felicori ha annunciato progetti futuri tanto ambiziosi quanto generici, parlando del riallestimento definitivo di Terrae Motus previsto nel 2019, da affidare con un certo provincialismo a qualche archistar internazionale. Ma ha evitato di indicare il nome del curatore che seguirà questa risistemazione. Nel frattempo, dove sarà collocata la collezione? Ritornerà nelle sale storiche? Andrà in tour nel mondo (con ulteriori rischi per l'integrità delle opere)? Siamo dinanzi all'ennesimo capitolo della storia dei «mali culturali» italiani. Che riguarda adesso, però, non l'archeologia ma l'arte contemporanea. Ed esige impegno, rispetto, serietà. Gesti concreti. Come è accaduto per Pompei negli ultimi anni. Perciò: «fate presto». È l'invito che giunge ora dagli eredi di Amelio, dai suoi amici critici e artisti, le cui voci sono state raccolte in un'ampia inchiesta del «Corriere del Mezzogiorno» pubblicata da qualche settimana. Ed è un invito rivolto innanzitutto al ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli. Che è chiamato a intervenire subito. Egli potrà «imporre» il ritorno delle opere negli appartamenti reali, pretendendo da Felicori un'adeguata «campagna» di conservazione e di promozione di questo patrimonio. Oppure, potrà sottrarre Terrae Motus ad amministratori forse (?) privi della sensibilità e della cultura necessarie per coglierne la straordinarietà, riportandola in quella che è e resta la sua casa naturale. Napoli (in una sede museale storica da individuare). Perché quella collezione ha anche il valore di un indiretto ritratto delle infinite contraddizioni di questa «città involontaria», da secoli segretamente terremotata. Inferno abitato da angeli. Che, come scrisse Anna Maria Ortese, sa farsi «testimone in un mondo crudele, di giorno in giorno più oscuro, (...) di quella meraviglia che si chiama Poesia». Dunque, «fate presto». Ministro, salvi Terrae Motus. Prima che sia troppo tardi.
Corriere della Sera
16 Luglio 2018
Salvate l'arte sorta dal terremoto. Appello per le opere nella Reggia di Caserta
VI
Vincenzo Trione
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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