Impossibile concedersi il tour individuale e le cuffiétte sono soltanto in italiano Ultima raccomandazione, spegnete i cellulari. E attenzione, non basta eliminare la suoneria. Spegneteli davvero. Poi, la visita a Palazzo Reale può finalmente cominciare. Siamo una quarantina, tetto massimo previsto per ogni scaglione ; il giro durerà 40 minuti. Abbiamo atteso un po' nel grande cortile disadorno, chi seduto sugli scalini chi su una rastrelliera per ombrelli (l'unica panca tiene al massimo cinque persone, a patto di stringersi), dopo aver naturalmente acquistato il biglietto, chiesto se c'era a disposizione del materiale illustrativo (la risposta è no: bisogna rivolgersi ad Atrium, la struttura di accoglienza costruita dal Comune in piazza Solferino, che non è proprio dietro l'angolo) e girellato per il bookshop. Girellato si fa per dire: c'è un tavolo di qualche metro con esposti libri di un solo editore torinese, tra cui le memorie dell'ex sindaco Diego Novelli. E' un giorno qualsiasi della settimana di Ferragosto, il tempo non aiuta. Grava una certa malinconia sabauda, se non fossimo all'interno di quello che è uno dei grandi, solenni simboli del Paese, il luogo dove nei secoli non si sono soltanto arredate sale e lucidate specchiere, ma si è costruita l'Italia unitaria, ci si potrebbe mettere «Azzurro», di Conte e Celentano, come colonna sonora. Il treno di desideri e pensieri all'incontrano va. Palazzo Reale visto di fuori è il cuore di un immenso edificio con tutte le sue articolazioni che disegnane il quartiere aulico di Torino, le «zona di comando»; visto d dentro, sorpresa, è la somma d; un certo numero di ambienti alcuni restaurati altri non ancora, e di ponteggi, oltre a une bella vista sugli imponenti giardini. Spellacchiati. Dovrebbe essere uno dei rarissimi scenari dove l'Italia si racconta attraverso i segni della politica, de] gusto, dell'architettura, della religione, di una tradizione che ha innervato di sé lo State unitario, e invece a un visitatore distratto rischia di apparire come una reggia da operetta, la sede pur lussuosa di un principe di Livonia. Perché distrarsi, alla fine, non è difficile. Posto che non è consentita la visita individuale, bisogna accalcarsi su passerelle lise e anguste e ascoltare la bravissima guida. Quando per avventura non si parli l'italiano, le cose diventano più complicate. Non ci sono cuffie con spiegazioni in varie lingue, non ci sono traduzioni se non sui pannelli con le didascalie. Ma le due coppie di lionesi intruppate col gruppo non riescono quasi mai a raggiungerle, dato lo spazio esiguo: e attardarsi è - cortesemente - vietato. E' la legge del Cantiere, il grande Moloch che signoreggia su Torino in attesa delle Olimpiadi, la promessa di futuro che diventa condizione di vita, dimensione antropologica della modernità urbana. Ci aveva già pensato Charles Baudelaire, nell'Ottocento, guardando Parigi. Il Cantiere non si discute, si accetta. Qui però la situazione si complica: perché Palazzo Reale non è solo una questione di restauri. E' un rompicapo per certi aspetti molto «torinese». La città ha mostrato sempre una straordinaria energia nel riorganizzarsi e ripensarsi di fronte alle svolte della sua storia, ma c'è qualcosa che non ha mai saputo concepire, come mi spiega Daniele Jalla, dirigente del settore musei del Comune e presidente di Icom Italia, la sezione nazionale dell'International Council of Museums: gli è sempre mancata un'idea globale sui propri musei. «Fra discussioni d'ogni genere, attentissime, serissime, si è fatto il gioco dei quattro cantoni: una struttura al posto di un'altra che intanto si liberava, e andava a sua volta a occupare un altro spazio». E non da ieri, dall'Ottocento. Proprio nella Torino dove Carlo Alberto, cedendo le sue collezioni a quella che ora è la Galleria Sabauda, aveva «inventato» il primo museo pubblico. Il risultato è la disseminazione, l'intrico, il labirinto, e il complesso di Palazzo Reale né la dimostrazione più evidente: sarebbe una enorme circuito, se non fosse spezzettato tra esercito, prefettura, Comune, soprintendenze varie. Dagli uffici di Jallà partì alla fine degli Anni '90 l'idea di farne un Hermitage, un complesso unico, e affidarlo a una Fondazione, ma si perse tra Roma e Torino. Ora il sovrintendente regionale, Mario Turetta, ha lanciato quella del polo museale in tutta la zona di comando della città, che sarebbe una realizzazione eccezionale, se mai ci si potesse arrivare. Intanto a Palazzo si restaura, e non da ieri. Hanno cominciato negli Anni '80, all'epoca dei «giacimenti culturali» e dei fondi Fio, e con interventi molto importanti di privati, dalla Fiat alla Compagnia San Paolo, tutt'ora impegnatissima. In tempi più recenti si è messo di mezzo anche l'incendio del '97, che divorò la cappella della Sindo-ne, dopo il quale c'è stata la sequela di ricorsi che ha tenuto ferma per due anni la campagna attualmente in corso; ma in sostanza il visitatore di oggi vede più o meno le stesse sale che accolsero, magari, suo padre in viaggio di nozze nozze. Alcune sono veramente belle, come quella del trono o l'impareggia-bile «gabinetto cinese». Il turista culturale ammira di sghimbescio la mitica «scala a forbice» di Filippo Juvarra, affascinante scommessa architettonica, o la sala da pranzo, dove peraltro le sedie, strette fra la passatoia per il pubblico e la tavolata, danno l'impressione che gli ospiti si siano appena alzati e camerieri sciattoni abbiano riordinato alla bell'e meglio. E si chiede perché. Abbiamo girato un po' di Italia, dagli Uffizi di Firenze alla zona Flegrea di Napoli, intercettando zone di disagio. Ma parlando - o sparlando - di beni culturali con gli addetti ai lavori, qualche citazione per Palazzo Reale arrivava sempre. Nonostante tutti gli sforzi e la buona volontà, di chi la colpa? Errori umani, burocrazia, conflitti di competenze? Daniela Biancolini, la direttrice, ascolta la lista delle lamentele. «Non per gettare la croce sul mio ministero, ma mi dice che cosa posso fare con 28 custodi contro per esempio i 600 della Reggia di Capodimonte?». Elenca le sale perfettamente sistemate, che sarebbero visitabili e non lo sono a causa del personale scarso, come gli appartamenti del secondo piano; ricorda il «diritto» a 12 assistenti museali, che esistono e parlano correttamente tre lingue, ma sono in servizio solo il sabato e la domenica. L'elenco è lungo. «Quest'anno il ministero non ha concesso nemmeno le aperture estive. Pensare che ogni qualvolta è stato possibile, i nostri trionfi di pubblico li abbiamo avuti eccome». Ora bisognerà aspettare un bel po'. La direttrice promette per le Olimpiadi la nuova cafeteria, anche se dispera di rinnovare entro lo stesso termine la biglietteria. Il cantiere va avanti, finirà nel 2007. Ma se non arrivano altri custodi, non serviranno a nulla né i volontari dell'Associazione «Amici di Palazzo Reale» né i finanziamenti. C'è poco da scegliere: «Col personale che abbiamo siamo costretti a decidere se consentire più visite brevi o poche visite lunghe». Non è proprio l'ideale per chi guida un grande museo, e tantomeno per il pubblico. A proposito, il problema dei telefonini è che potrebbero interferire sui sistemi di allarme. Ma a questo punto, è un dettaglio da poco.