Parafrasando il titolo di un celebre libro di Raymond Carver: "Di cosa parliamo quando parliamo di cultura"? Viene da chiederselo leggendo l'indagine elaborata dalla Camera di Commercio sui consumi delle famiglie torinesi nel 2017, di cui si è occupato il Corriere qualche giorno fa. Dalla ricerca, in un generale clima di lieve miglioramento, si evince che sarebbero in aumento anche le spese per la "cultura". Fantastico. Poi uno si guarda in giro e vede che chiudono i cinema e le librerie; che i musei salvo le solite note eccezioni se la passano male; che il Regio perde spettatori; che sono scomparsi grandi mostre e grandi eventi E non può non chiedersi: come è possibile? E' forse il boom dell'e-commerce, per cui i locali chiudono ma la gente i libri e i film li compra su Amazon? Mica tanto, i consumatori via web sono solo il 39,3. E allora? Cosa è vero: quello che vediamo o quello che dicono le cifre? O piuttosto quello che ci immaginiamo, una specie di post-verità? Una logica, però, esiste. Ed è fatta di numeri ma anche di ideologia. La ricerca, infatti, rubrica la cultura dentro una macrovoce definita «Welfare» che comprende «salute, cultura, istruzione, tempo libero e assistenza». La voce nel suo insieme è in crescita, ma spulciando i singoli capitoli saltano fuori cose interessanti. Per esempio: si spende molto meno per la salute e c'è da dubitare che sia perché i torinesi stanno tutti benissimo. Si spende qualcosa di più per l'istruzione, ma «le famiglie che hanno effettivamente questa voce nel budget famigliare sono solo il 22,5 delle rispondenti». E qui appare lo spettro delle "due Torino" appendiniane lontane, ahimè, dall'essere ricomposte. Infine, c'è la voce in crescita, come detto che più ci interessa: «attività culturali, sportive e tempo libero». La ricerca nota anche: «Importante anche la categoria "altre voci del tempo libero"», che rappresenta quasi il 40 per cento dell'incremento. Le cose cominciano a farsi più chiare e corrispondenti alla nostra percezione. Per dirla con un'immagine: le librerie chiudono ma i locali della movida sono pieni. Se mettiamo queste due categorie di «tempo libero» sotto un'unica voce otteniamo lo stesso risultato della famosa storiella per cui se uno non mangia e l'altro mangia un pollo, le statistiche ti dicono che i due hanno mangiato mezzo pollo a testa. E qui comincia la parte ideologica, che non si può imputare ai criteri della Camera di Commercio che, per sua natura, si occupa di consumi. La radice del problema sta nell'ambiguità alla base di certi paradigmi (condivisi da destra, sinistra, e M5S) che oggi sono considerati ovvii: tipo associare, come negli assessorati, cultura e turismo; o considerare la scuola solo in funzione del reperimento di un posto di lavoro. In realtà la cultura ha un valore in sé (e, mi viene da dire, è l'unica cosa che insieme alla fede religiosa ti tiene in piedi anche nelle situazioni estreme), e come tale dovrebbe essere promossa. Ma da tempo questo principio di civiltà viene piegato a concetti utilitaristici, per i quali la cultura deve "servire" a qualcosa di materiale anche solo a vendere un chupito. Mi viene difficile pensare che la Torino dei Levi, Calvino, Einaudi si preoccupasse di incentivare il turismo o la vita notturna. Ora, non voglio passare per un quaresimalista. È pur vero che la cultura si nutre di scambi di idee e che questi avvengono in luoghi di socialità: quando nel 1764 Pietro Verri pubblicò la sua famosa rivista culturale la chiamo «Il Caffè». Ma anche qui siamo messi male: per una ventina d'anni (forse anche di più), Torino è stata la città dei circoli, un modello di incontro che teneva insieme mondanità e occasioni culturali e artistiche. L'ultima chiusura (Amantes la scorsa settimana) indica che quella stagione è finita. Certo, c'è il nuovo modello virtuoso delle OGR, che mescola intrattenimento e cultura a livello metropolitano e internazionale. Ma fuori da lì (e da poco altro) non c'è che il divertimentificio di una movida autoreferenziale, che finisce per essere considerata come un indizio di "vita culturale". Da questo punto di vista, non c'è differenza tra piazza Vittorio straripante di gente e la desolata malinconia di piazza Montale alle Vallette.